Allarme Anm: indipendenza toghe a rischio

ROMA – Per i magistrati è «il grande assente», per gli avvocati «il nemico» da fischiare agitando inviti listati a lutto e cartellini rossi. Due congressi, a Roma l’Anm, a Genova quello del foro. Al centro sempre lui, il Guardasigilli Angelino Alfano, il ministro alle prese con l’ultimo tentativo di varare la riforma della giustizia. Nell’ordine sceglie i legali, va sulla nave da crociera Costa Concordia e resta senza voce nel tentativo di difendere il suo ddl sulla mediazione, che uno dei presenti, il romano Claudio Macioci, definisce «una legge truffa per tutti gli italiani». Alfano rivendica di essere un avvocato, e dalla platea c’è chi gli sibila «ma quando mai l’hai fatto in vita tua?». Lui non rinuncia a provocarli: «Se a voi va bene la giustizia così com’è, vi dico che avete la stessa posizione dell’Anm e della sinistra». Oggi, verso mezzogiorno, affronta i magistrati che, di solito, come dicono anche in via Arenula, hanno più fair play.
Teatro Capranica, al centro di Roma, dove cinque anni fu duramente contestato l’ex Guardasigilli Roberto Castelli. E dove ora le toghe fanno il bilancio di due anni di governo Berlusconi. La sintesi del presidente dell’Anm Luca Palamara è sconsolante. La giustizia «è al collasso», siamo peggio del Ruanda, dello Zambia, del Ghana, della Mongolia, visto che ci vogliono 1.210 giorni per recuperare un credito. Impietosa l’analisi: «Continua il pesante clima di aggressione nei nostri confronti quando indagini e processi toccano il potere e sono strumentalizzati a fini politici». Dure le critiche al governo: «Latitano validi strumenti di politica giudiziaria, manca una razionale e organica riforma della giustizia». Ferma l’urgenza dell’auto riforma: «Dobbiamo avere il coraggio di cambiare». La critica dura al correntismo: «Una degenerazione e un male da estirpare». L’ansia di affrontare la questione morale: «Il nostro modello è un giudice moderno, responsabile, professionalmente attrezzato, che non frequenta o non partecipa a squallide consorterie e la cui credibilità  non possa essere in alcun modo attaccabile».
Napolitano è seduto in prima fila, nella poltrona rossa di ordinanza, fa spesso cenno di sì con la testa. Quando esce “regala” a Palamara un commento a caldo che non ha precedenti di così stringente immediatezza per un leader delle toghe. Dice di «aver apprezzato in modo particolare l’impegno dell’Anm per l’auto riforma e la disponibilità  a un confronto costruttivo e propositivo con le forze politiche sulla riforma della giustizia». Aggiunge che l’Anm è «un interlocutore rappresentativo ed essenziale». Negli stessi momenti, a palazzo Chigi, Berlusconi conferma di voler presentare al più presto la riforma della giustizia. Napolitano, quando glielo chiedono, replica: «Quale riforma? Non sono aggiornato su quello che farà  il governo».
Contro la riforma non c’è solo la voce dei magistrati. C’è quella del presidente della Camera Gianfranco Fini. E quella di Michele Vietti, il numero due del Csm. Il leader di Fli non partecipa al congresso per via di altri impegni, ma scrive alle toghe: «Il compito delle istituzioni democratiche e di tutte le forze politiche, senza distinzione di parte, è quello di sostenere costantemente l’operato della magistratura». E la riforma? «Diciamo no ai salvacondotti». Il «no» di Vietti è esplicito: «Personalmente sono contrario alla prospettiva di separare le carriere di giudici e pm e di creare due Csm distinti». Poi, chiaramente polemico: «Posto, ovviamente, che un’agenda politica sulla giustizia esista, non sia un espediente propagandistico per eludere i drammatici problemi della gestione ordinaria o per risolvere singole situazioni». All’Alfano assente il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini può dire: «Le riforme che abbiamo bloccato, dal processo breve alle intercettazioni, erano devastanti per il funzionamento del sistema giudiziario. Noi ci siamo opposti con fermezza, serietà , compostezza, utilizzando gli strumenti della ragione e del dialogo».


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