Bagdad, bombe contro le case dei cristiani

Tra i feriti, anche un bambino di quattro mesi. «Una ventina di fedeli hanno bussato alla porta della nostra curia che porta ancora i segni della carneficina del 31 ottobre. Hanno paura e non vogliono tornare a dormire nelle proprie case», continua il prelato lanciando un appello al Papa e alla comunità  internazionale a «prendersi cura dei cristiani iracheni».
I recenti attentati nono sono ancora stati rivendicati, ma su tutti aleggia lo spettro di Al Qaeda che, una settimana fa, all’indomani dello scadere dell’ultimatum concesso alla Chiesa copta d’Egitto per il rilascio di due musulmane convertitesi al cristianesimo, aveva minacciato tutti i cristiani in Iraq. Un monito volto, secondo Philipp Najim, procuratore caldeo presso la Santa Sede, a «incutere paura» e a trasformare la guerra irachena in un conflitto inter-religioso. «Ma non è cosi», replica. «Cristiani e musulmani hanno sempre vissuto insieme». A poco servono però i suoi inviti ai distinguo: la strategia del terrore purtroppo funziona. Emmanuel Karim, un informatico di 27 anni, stava per recarsi a lavoro quando a Bagdad, nel quartiere orientale a maggioranza cristiana Camp Sara, una bomba è esplosa accanto alla macchina di suo zio morto nell’attacco alla cattedrale. Un quarto d’ora dopo, una seconda esplosione uccideva il suo vicino di casa che stava cercando di spegnere le fiamme. «Era musulmano, era mio amico», aggiunge Karim oramai deciso a fuggire. Raed Wissam, un operaio quarantaduenne padre di due bambini, invece dormiva quando alle sei del mattino nel quartiere meridionale di Dora è stato svegliato da un’esplosione: «Negli ultimi due anni mia moglie ha cercato più volte di persuadermi ad abbandonare il Paese, ma non ero mai stato d’accordo. Oggi credo abbia ragione».
«A Bagdad stanno dando la caccia ai cristiani quartiere per quartiere», denuncia il patriarca caldeo Emmanuel Delly III che una settimana fa si era trovato a officiare i funerali delle vittime dell’assalto alla chiesa siro-cattolica. Alla sua «costernazione» e a quella delle altre più alte autorità  cristiane ieri si è unito anche il presidente di turno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il britannico Mark Llayl Grant, mentre il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, ha auspicato che «le autorità  irachene prendano in seria considerazione la situazione dei cristiani nel Paese». A otto mesi dalle elezioni in Iraq però continua l’impasse governativa che si spera si sblocchi oggi quando il Parlamento eleggerà  i suoi organi di rappresentanza e il primo ministro Nuri al Maliki chiederà  di essere riconfermato per un secondo mandato. E Al Qaeda fa leva anche su questo vuoto politico: vuole «dimostrare – come spiega il monsiglior Najim – che oggi l’Iraq è incapace di creare un governo che si senta responsabile nei confronti del suo popolo». 


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