Camusso: “Governo a casa e tassare le rendite finanziarie”

ROMA – Susanna Camusso non si trucca, mai. E non trucca le parole quando dice che se non c’è un governo capace di rispondere alle urgenze dei lavoratori, è meglio andare al voto. Che la competitività  della Fiat non dipende certo dalle pause degli operai. E che se c’è una cosa che il centrodestra è riuscito a fare, in questo Paese, è dividerlo. Il neosegretario generale della Cgil interviene in diretta a Repubblica Tv. Rifiuta la cipria ma accetta di parlare di tutto, anche della figlia di 22 anni che studia Storia alla Normale di Pisa e che rischia – anche lei – un futuro da precaria.
La crisi politica è conclamata, quale pensa debba essere la soluzione per uscirne?
«Temo una stagione di colpi di coda e di veleni. È un momento rischioso, che richiede molta vigilanza per come chi governa potrebbe decidere di rimanere al suo posto. Serve un’agenda politica che si occupi di crescita, occupazione, di ridare un po’ di fisco a lavoratori e pensionati. Ma se si fa un governo come quello che abbiamo avuto è meglio che se ne vadano e che si voti»
La priorità  ora è portare a casa la legge Finanziaria, lì dentro c’è qualcosa per i lavoratori?
«Le uniche due cose utili alla crescita, gli eco-bonus e il finanziamento della ricerca, sono state cancellate. Dicono che non ci sono fondi, ma si potrebbe cominciare a tassare le rendite finanziarie stabilendo una soglia a partire dalla quale si mette la patrimoniale. Siamo un Paese che ha 125 miliardi di euro di sommerso e 60 miliardi di corruzione. Bisogna cominciare da lì. Ripristinare il reato di falso in bilancio, e fare delle leggi per l’emersione del lavoro nero. Questo governo è riuscito solo a dividere: Nord da Sud, uomini da donne, italiani da migranti, anziani da giovani».
In questi mesi è nata una sorta di dottrina Marchionne. Come giudica la linea dell’ad di Fiat?
«Il primo problema in questa storia è che il governo non ha l’autorevolezza per chiamare delle imprese a delle responsabilità . Quanto a Marchionne, dovrebbe spiegarci qual è il suo piano industriale. Non si può pensare che la competitività  di una grande impresa si risolva facendo lavorare di più gli operai. E che non ci sia invece un problema di modelli, e di modalità  di produzione. Se i lavoratori rinunciano alle pause la Fiat guadagna dieci punti di mercato?».
Il caso Fiat ha drammatizzato lo scontro tra i sindacati. La Cgil è fatta di signor no?
«Abbiamo firmato cinquantacinque contratti nazionali di lavoro. Non ne abbiamo firmati tre. In realtà  c’è un punto su cui la Cgil ha detto no e deve continuare a farlo: il fatto che i contratti diventino delle cose da cui derogare. C’è però un onere di proposta sul quale vedo difficoltà  da parte della Fiom. Dai tavoli si va via se ci sono delle ragioni di merito, non per principio. Il rischio a quel punto è che altri decidano per noi».
Una donna alla guida della Cgil, un’altra a Confindustria. Cosa significa?
«È un elemento di innovazione per un Paese che deve fare i conti con il fatto che le donne non sono né merce né oggetto».


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