India. la rivoluzione borghese

NEW DELHI.  Siamo a ridosso del Diwali, l’equivalente indiano del nostro Natale, e lo shopping viaggia a pieno regime. È martedì pomeriggio, ma, lungo gli ampi corridoi di marmo chiaro del Select Citywalk di Saket, uno dei sobborghi preferiti dalle classi medie di Delhi, il traffico è sostenuto. Pochi sari, molti jeans a svetrinare fra i negozi: Benetton, Levi’s, Calvin Klein, Chicco, Zara. È il posto giusto per comprare un Blackberry, piuttosto che una maglia da rugby o da polo.
Due edifici di vetro e cemento, parcheggio sotterraneo, circa 300 negozi: se, a pianterreno, accanto allo stand dei gelati all’italiana, non ci fosse quello dei kebab, potremmo essere dovunque, dal Middle West alla Brianza. Ma lo spettacolo che conta, qui a Saket, non è la globalizzazione in marcia. Quello che le decine di centri commerciali come questo, sparsi per il subcontinente, e i milioni di negozi che si accatastano lungo i viali delle città  indiane rivelano è, invece, il motore dell’economia indiana. Lo vediamo, al Citywalk, esposto nel suo ingranaggio più semplice: lo scontrino alla cassa. L’economia indiana è sostenuta dai consumi indiani e questo, nel tumultuoso emergere dalla povertà  dei paesi che, una volta, definivamo Terzo Mondo, è un inedito.
L’India è entrata di prepotenza nel numero dei grandi paesi segnati da un torrido ritmo di sviluppo. Quest’anno, la sua economia crescerà  dell’8,5 per cento. Meno della Cina. Ma «l’uccello d’oro», l’antica definizione dell’India, sta per sorpassare il «dragone». Tanvee Gupta, di Morgan Stanley, una delle grandi banche mondiali, è pronto a scommettere che, nel giro di 3-5 anni, l’economia indiana, anche se più piccola – circa un quarto di quella cinese – comincerà  a correre più in fretta della Cina. E correrà  più veloce di tutti per i prossimi venti anni. La chiave di questa rincorsa è, soprattutto, l’impetuoso moltiplicarsi delle classi medie e dei loro consumi. McKinsey, un altro dei grandi think-tank globali, calcola che l’attuale miliardo di indiani diventerà  un miliardo 300 milioni entro il 2025, con un aumento del 30 per cento, ma le classi medie cresceranno di dieci volte, cioè il mille per cento. Fra 15 anni saranno oltre mezzo miliardo di persone, il 40 per cento della popolazione.
In realtà , la definizione di classe media è ballerina. «Varia – sottolinea Rachna Saxena di Deutsche Bank – sulla base dei parametri di reddito adottati». A seconda che si scelga la linea dei 5 dollari al giorno, piuttosto che quella dei 15, si oscilla fra 30 e 300 milioni di persone. Meglio, osserva Homi Kharas, che ha studiato le classi medie dei paesi emergenti per l’Ocse, l’organizzazione dei paesi ricchi, utilizzare una definizione sociologica. «E’ classe media chi ha una vita confortevole: casa, lavoro stabile, cure mediche, scuole e università , pensione, qualche soldo da spendere per il tempo libero». Ma si può stringere anche di più, dice Saxena: in India, è classe media una famiglia con auto o scooter, il tv color, il telefonino. Su questa base, gli indiani di classe media, in grado di spendere non solo per sfamarsi, sono 200 milioni di persone. Il 20 per cento della popolazione. Nel paese di Gandhi e di Nerhu, i poveri sono ancora molti di più, ma 200 milioni è già  un mercato enorme. E gli effetti di questo boom di consumi sono già  vistosi. Dal 2006, il numero di carte di credito in circolazione è triplicato. Le automobili vendute sono aumentate quest’anno del 30 per cento: alla Hyundai e alla Volkswagen ci sono lunghe liste di attesa per chi vuole comprare una macchina.
L’India è, sempre di più, uno dei protagonisti dell’economia mondiale. Un giro per Gurgaon, alle porte di Delhi, è anche un tour di uno dei grandi nodi dell’outsourcing indiano, dove si concentrano imprese che fatturano 10 miliardi di dollari l’anno a aziende americane ed europee, che delocalizzano qui una buona fetta dei loro compiti amministrativi. Negli ultimi anni, accanto ai servizi, è cresciuta anche una industria manifatturiera indiana, capace di sbarcare all’estero. Tuttavia, le esportazioni, rispetto all’esperienza cinese, giocano un ruolo limitato nello sviluppo indiano. Secondo McKinsey, i consumi privati rappresentano, in India, il 62 per cento del prodotto interno lordo. E’ una quota altissima, la stessa del Giappone, di poco inferiore al 70 per cento alla patria per eccellenza dei consumatori, gli Stati Uniti. Al contrario, in Cina la spesa delle famiglie non arriva al 40 per cento del Pil. Più o meno quanto le esportazioni, a dimostrazione di quanto contino gli incassi all’estero per l’economia cinese. Al contrario, in India solo poco più del 20 per cento dell’economia dipende dall’export.
Storicamente, il modello di sviluppo fondato sulle esportazioni è stato la ricetta standard per uscire dall’arretratezza, dall’Italia di cinquant’anni fa alla Cina di questi anni. Ma quello che, ieri, era un vantaggio, oggi, rischia di non esserlo più. La lunga recessione in cui sembrano oggi ristagnare le grandi economie dell’Occidente significa che il volano delle esportazioni è condannato a perdere giri, rallentando lo sviluppo. Rispetto agli altri paesi emergenti, l’India, dove il volano dell’economia è, invece, il mercato interno, «è meno suscettibile al mutare delle maree dell’economia mondiale» nota Nandan Nilekani, uno dei fondatori del gigante informatico Infosys, oggi consulente del governo per un programma che darà  una carta d’identità  digitale a tutti gli indiani. In questo scenario, il ruolo e il peso delle classi medie è cruciale. In cifre assolute, la classe media cinese è – sia pure ancora per poco, assicurano gli esperti – più grande di quella indiana. «Ma non rappresenta – osserva Homi Kharas – più del 12 per cento della popolazione. Se l’export rallenta, non basterà  da sola a sostenere la crescita dell’economia cinese».
Nilekani per primo, tuttavia, avverte che questa sorta di polizza di assicurazione che il boom delle classi medie garantisce all’economia indiana non è sufficiente ad assicurare uno sviluppo stabile. Proprio perchè fondata sul mercato interno, la crescita può continuare solo se questo mercato si allarga, il benessere si diffonde, intaccando una povertà  che, ancora oggi, colpisce metà  della popolazione. Il rischio, invece, è che lo sviluppo si ingolfi nelle strozzature storiche dell’arretratezza del paese.
«Sea Hawk» dice la scritta sul parabrezza dei pullman parcheggiati subito fuori dai cancelli della Denso, una fabbrica giapponese di componenti per auto, a Gurgaon. E’ il nome dell’impresa che noleggia alla Denso gli autobus per trasportare i suoi dipendenti. Circa 800 dei mille addetti dell’azienda giapponese riescono a raggiungere la fabbrica, nel cuore del più importante sobborgo industriale della capitale indiana, solo grazie alle navette messe a disposizione dal loro datore di lavoro. Accanto, anche un’impresa tessile assai più piccola, come la Sarita Handa, è costretta a noleggiare un autobus per i suoi 50 dipendenti. Nonostante l’autostrada a quattro corsie, la Delhi-Jaipur, che costeggia le fabbriche, non esiste ancora una rete di trasporto pubblico adeguata all’impetuoso sviluppo di Gurgaon. E’ un problema che si moltiplica migliaia di volte nei poli industriali che circondano le città  indiane. Per l’azienda è un extracosto pesante. E non è l’unico.
Shagun Jain è il giovanissimo titolare di una piccola fabbrica di componenti per auto, sempre a Gurgaon. Di là , i suoi operai lavorano in un capannone rovente. Qui, nel suo ufficio, si congela quasi, grazie al condizionatore. Ma è un privilegio in larga misura virtuale. L’azienda, come tutta l’India, condivide i suoi turni di lavoro con lunghi e quotidiani black out dell’elettricità . Niente condizionatore e, soprattutto, macchinari fermi. Per evitarlo, Jain, come tutti i suoi colleghi, è costretto a far funzionare un generatore. «Significa circa 1.600 litri di gasolio al mese – spiega – . Ovvero, un aumento della spesa per l’elettricità  del 30 per cento». Per aziende più grandi della sua, o per chi lavora nell’outsourcing, il costo si moltiplica, perchè il rischio di blackout comporta la necessità  di reti extra di backup per i server ed i computer. «Prima – si consola Jain – comunque era peggio. Tre anni fa, i blackout duravano 12 ore, oggi l’elettricità  ritorna dopo cinque-sei ore».
Il governo indiano è, in effetti, impegnato in un imponente sforzo di miglioramento delle infrastrutture del paese, dai trasporti, all’elettricità , alla rete idrica. Ma non è solo un problema di soldi e di investimenti. Qui, l’India incontra la sfida più severa del suo futuro. Solo per ammodernare le sue infrastrutture, infatti, calcola la World Bank, l’India avrebbe bisogno del triplo degli ingegneri di cui dispone oggi. Dove trovarli? In gioco c’è la carta decisiva dello sviluppo indiano. Storicamente, i vari miracoli asiatici sono stati alimentati dall’ampia disponibilità  di forza lavoro. Gli economisti lo chiamano il «dividendo demografico». E, mentre la popolazione cinese comincia ad invecchiare, il «dividendo» indiano continua ad aumentare. Fra il 2000 e il 2020, l’India avrà  aggiunto alla sua popolazione in età  di lavoro l’equivalente della forza lavoro di Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna. Ma l’India non ha le grandi catene di montaggio che caratterizzano l’industria cinese. E, mentre in Cina solo il 10 per cento degli adulti è analfabeta, in India si arriva ad un terzo. Il deficit risale per tutta la catena educativa: l’India dovrebbe creare rapidamente milioni di studenti universitari. «Nei prossimi anni, c’è la concreta possibilità  che lo sviluppo indiano – sostiene Jahangir Aziz di J. P. Morgan, una grande banca di investimento – si fermi non perchè non riesce a creare posti di lavoro, ma perchè non riesce a creare le competenze necessarie a riempirli». Nella voce di uno dei più autorevoli giornalisti indiani, Pankaj Pachauri, l’allarme è evidente: «Entro il 2020, arriveranno sul mercato 350 milioni di giovani. Abbiamo una finestra di dieci anni per trovargli un lavoro».


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