La pm dei minori: “Il caso Ruby non è chiuso”

MILANO – «In questura hanno fatto quello che volevano». Annamaria Fiorillo sceglie la trasmissione di Lucia Annunziata «1/2 h», per ribadire il suo concetto. La notte tra il 27 e 28 maggio scorso, negli uffici di via Fatebenefratelli, dopo il fermo di Ruby i dirigenti di polizia «non hanno seguito le mie disposizioni».
Ruby Karima sei mesi fa era stata accompagnata in questura da una volante, dopo essere stata denunciata in un centro estetico a Milano per il furto di 3000 euro. Mentre erano in corso le pratiche per la sua identificazione (la minore era sprovvista del permesso di soggiorno), al capo di gabinetto della questura, Pietro Ostuni, era giunta una telefonata del premier che ne aveva perorato il rilascio, in quanto la ragazza «era nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak». Dopo una serie di telefonate con il pm del tribunale dei Minori, Ruby era stata affidata in piena notte al consigliere regionale del Pdl, Nicole Minetti. Questa la cronaca dei fatti.
Il magistrato della procura dei minori che era di turno quella sera, ieri ha ripercorso tutta la vicenda, carte alla mano. E, nonostante le dichiarazioni dei giorni scorsi del procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati («Sull’affido della minorenne sono state seguite le procedure»), e quelle del ministro, Roberto Maroni («In questura la legge è stata rispettata»), il magistrato non ha fatto alcuna marcia indietro. Anzi. Adombra che al responsabile del Viminale possano aver dato informazioni sbagliate. O, comunque, che la sua tesi sia frutto di un resoconto ottenuto da «persone che gli hanno sottoposto documenti o interpretazioni, io ne prendo atto ma ciò non corrisponde alla mia diretta esperienza». Lima le contrapposizioni con il ministro, che ha annunciato nei giorni scorsi una querela nei confronti del magistrato, spiegando che, forse, la sua ricostruzione è anche frutto della «ragion di Stato».
La Fiorillo confessa di aver saputo quello che realmente era successo alla diciassettenne marocchina «solo lo scorso 20 ottobre, quando il procuratore mi chiese un’altra relazione di servizio. Era la terza». Il pm, oggi, ammette comunque di aver «commesso degli errori». Come «non aver capito che il commissario con cui mi sentiì sei o sette volte quella sera, Giorgia Iafrate, era sotto la pressione dei suoi superiori».
La Fiorillo ha ribadito di aver avuto un «insopprimibile impulso» a riaprire la vicenda dell’affido di Ruby «quando ho sentito le parole di Maroni». Nel corso del programma di Raitre, si è ritornati a parlare anche della frase che il pm ha scritto nella sua relazione («la corda con cui la stanno impiccando», l’ha definita la Annunziata), e cioè «non ricordo di aver autorizzato» l’affido di Ruby alla Minetti. A questo proposito il pm ieri si è corretta: «Avrei dovuto scrivere ricordo di non aver mai autorizzato».
Il magistrato ha accettato l’invito al programma televisivo, nonostante sabato mattina avesse ricevuto un ordine preciso dal suo superiore, Monica Frediani, che la invitava a rinunciare. Poche righe per ribadire che, in base alle nuove norme disciplinari, il procuratore della Repubblica mantiene personalmente i rapporti con gli organi di informazione e che, quindi, i singoli magistrati non possono parlare delle inchieste che svolgono, pena il rischio di sanzioni. Non è escluso che lo scambio epistolare possa rappresentare l’anticamera per avviare un procedimento disciplinare contro la Fiorillo.


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