Marchionne: “In Usa si fa, in Italia si parla”

Obama visita lo stabilimento Chrysler: la sfida dell’auto è vinta.  Anche in Canada corsa alla Fiat 500: la prima edizione è stata esaurita in 12 ore

 

ARTURO ZAMPAGLIONE - la Repubblica Sergio Segio • 24/11/2010 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 182 Viste

NEW YORK – Sergio Marchionne ha approfittato di una visita di Barack Obama e del suo vice Joe Biden in uno stabilimento della Chrysler a Kokomo, nel vecchio cuore industriale dell’Indiana, per scagliarsi contro i ritardi strutturali dell’Italia. «Negli Stati Uniti si fa, da noi si parla», ha ironizzato il chief executive di Fiat e Chrysler. E commentando le parole di Emma Mercegaglia, presidente della Confindustria, che gli aveva dato piena ragione nonostante i suoi modi bruschi, Marchionne ha tagliato corto: «Le mie parole sono sempre accurate, precise ed efficaci. E la gente deve rendersi conto della realtà ».
A Kokomo c’è una delle fabbriche di impianti di trasmissione su cui il nuovo management della Chrysler punta molto, tant’è vero che ieri, poco prima dell’arrivo di Obama, Marchionne ha annunciato ulteriori investimenti per 843 milioni di dollari, in aggiunta ai 343 milioni già  effettuati e portando così a tre miliardi la cifra che il gruppo ha investito negli Stati Uniti dal giugno 2009. «E’ una buona notizia per i nostri dipendenti», ha osservato General Holiefeld, il capo del sindacato Uaw (United auto workers) della Chrysler, che ieri ha accompagnato Obama durante la visita all’azienda.
Tra gli applausi dei dipendenti, anche Obama si è rallegrato con «Sergio», che era vestito con il solito maglioncino e sembrava emozionato. Poi il presidente americano ha parlato della sfida dell’auto: «L’anno scorso c’era chi voleva abbandonare al suo destino Kokomo e tutto il settore automobilistico. Ma noi abbiamo deciso di sostenere l’industria perché avevamo fiducia nei nostri lavoratori. Ed è stata la scelta giusta. Le tre Big – ha aggiunto – sono tornate in attivo e sono in crescita. La morale è che non bisogna mai scommettere contro l’America né contro la nostra industria dell’auto».
Dietro a tanta enfasi c’era, nel discorso di Obama, la speranza di risolvere il «paradosso dell’auto». Di che si tratta? Il salvataggio di Detroit è stato un successo: la General Motors è tornata trionfalmente a Wall Street, la Chrysler si prepara al lancio nel Nord America della Fiat 500 (in Canada la prevendita ha esaurito in 12 ore i modelli a disposizione) e in tutto sono stati salvati più di un milione di posti di lavoro. Ma i buoni risultati economici non si sono tradotti in riconoscimenti politici per Obama.
Proprio nell’ultimo voto di midterm gli elettori dell’Indiana hanno regalato un senatore e due deputati in più ai repubblicani, togliendo ai democratici anche la maggioranza nel parlamento statale. Intanto il 46% degli americani continua a pensare che il salvataggio dell’auto non sia stata una «buona idea».
Come far cambiare idea a questa importante fetta dell’opinione pubblica? Come impedire che il malessere del paese penalizzi le chance di una rielezione di Obama nel 2012? Secondo la Casa Bianca, l’unica via è una sensibilizzare gli elettori: di qui una serie di missioni – lampo nelle zone industriali del presidente – come quella di ieri – per illustrare meglio le strategie del governo e ripetere, come ha fatto ieri Obama, che «la sfida dell’auto è stata vinta».

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