Miccia accesa, la bomba deve ancora esplodere

Una cosa è certa: non è che l’inizio. Se poi ci sarà  anche il botto nessuno lo sa, ma di sicuro la miccia innescata da WikiLeaks con la pubblicazione di oltre 251 mila dispacci diplomatici provenienti dalle ambasciate americane di tutto il mondo non si esaurirà  nello spazio di un mattino, né potrà  essere spenta da una risata forzata del nostro premier sulle sue abitudini festaiole. Quanto è stato svelato fino ad ora (e di cui si dà  conto in queste pagine), infatti, riguarda solo una piccola parte dell’immenso materiale che il sito dedito alla divulgazione di segreti ha messo in mano ad alcune delle più grandi testate del pianeta. Le rivelazioni, dunque, si succederanno nelle prossime settimane, man mano che i media che hanno ottenuto l’esclusiva pubblicheranno le loro indagini sui cablogrammi sottratti alle autorità  americane. Il meglio, probabilmente, deve ancora venire e questo vale tanto più per il nostro Paese dal quale originano 2.890 documenti secondo il conto del quotidiano inglese The Guardian (3.012, secondo lo spagnolo El Pais).
Alla data di ieri solo due di questi erano stati pubblicati integralmente sul sito approntato da WikiLeaks per raccogliere il materiale (http://cables.wikileaks.org): la maggior parte delle informazioni sull’Italia riportate dai nostri quotidiani in questi giorni proviene infatti non da un’analisi diretta dei testi ma dalle interpretazioni sviluppate dalle testate straniere che hanno avuto accesso alle fonti in anteprima, ma che non è detto abbiano esaminato i dispacci «italiani» con l’accuratezza e la sottigliezza di un reporter nostrano.
WikiLeaks ha fatto sapere che la pubblicazione integrale dei materiali avverrà  solo nei prossimi mesi e, pare di capire da un messaggio sull’account Twitter dell’organizzazione postato nella notte di domenica, organizzerà  esclusive «locali». Insomma, pur in assenza di certezze (come sempre quando c’è di mezzo un sito che, per necessità , ha fatto del mistero la propria cifra distintiva), la portata complessiva delle rivelazioni si valuterà  in tutta probabilità  solo nei prossimi giorni e settimane, nel nostro caso quando giornalisti e cittadini italiani poseranno direttamente gli occhi sulle fonti.
Il fatto che questo non sia ancora accaduto, fra l’altro, costituisce una novità  nelle procedure di WikiLeaks. Non è la prima volta infatti che il sito fondato dall’australiano Julian Assange ricorre alla collaborazione di quotidiani e riviste prestigiose per amplificare l’impatto degli scoop e guadagnare in credibilità . Ma sia nel caso dei documenti segreti relativi alla guerra in Afghanistan, resi noti a luglio, che per quelli sull’Iraq (riversati online lo scorso ottobre), la pubblicazione sui media tradizionali scelti come partner era avvenuta in contemporanea con la messa a disposizione integrale dei dati sul sito dell’organizzazione: chiunque poteva effettuare una ricerca e controllare da sé il testo originale e la veridicità  delle interpretazioni dei reporter.
Questa volta, invece, non è stato ancora possibile: il rilascio delle note diplomatiche potrebbe richiedere «mesi», ha specificato il sito, e – come detto – altri accordi con altre testate e dunque ulteriori mediazioni tra utente e informazione. L’inedita procedura ha irritato alcune organizzazioni amiche di WikiLeaks. Owni, testata online che aveva collaborato con il sito nello scoop sull’Iraq, ha manifestato perplessità  sulla politica di distribuzione del materiale scelta per l’occasione: «Che ne è dei dati aperti?», ha domandato polemicamente sul suo blog facendo riferimento alla tradizionale posizione dell’organizzazione di Assange che predica l’accesso senza filtri all’informazione in modo che tutti possano sviluppare un’interpretazione autonoma dei fatti. In passato, lo stesso Assange, che di WikiLeaks è mente e anima, aveva ravvisato proprio in un simile approccio la differenza tra la sua creatura e i media tradizionali: il nostro obiettivo – ha detto in svariate occasioni – è quello di realizzare un «giornalismo scientifico» in cui le fonti originali siano sempre a disposizione di tutti per la verifica, un po’ come accade negli articoli delle riviste accademiche. In passato è sempre avvenuto: si trattasse di un video che rivelava il massacro di civili iracheni perpetrato da un elicottero americano in Iraq o un rapporto che denunciava la corruzione della famiglia di Daniel Arap Moi, presidente del Kenya fino al 2002. Dopo tutto, le radici ideologiche di WikiLeaks vanno rintracciate nel movimento «hacker» (lo stesso Assange lo è stato in gioventù) e nella massima che l’informazione «deve essere libera» e liberamente condivisibile. Nel caso dei cablogrammi delle ambasciate americane, sembra dunque che l’organizzazione abbia derogato parzialmente alla sua consueta linea. Probabilmente hanno giocato anche difficoltà  tecniche legate alla dimensione dello scoop (sette volte quello iracheno per quantità  di dati) che ha reso difficoltoso un rilascio immediato. Tra le ragioni della pubblicazione «differita» il sito ha però citato la volontà  di «rendere giustizia» all’importanza del contenuto, e dunque di massimizzare l’impatto di ogni singolo blocco di documenti. Anche a costo di essere un po’ meno radicali per quanto riguarda l’accesso libero all’informazione. Anche per questo, probabilmente, il meglio deve ancora arrivare. Detto in un altro modo: c’è poco da ridere.


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