Obama: un patto con l’Europa

WASHINGTON. «Non c’è un legame più stretto di quello che noi americani abbiamo con voi europei, lo dirò al vertice atlantico di Lisbona. Sviluppare i rapporti con altri attori globali, come ho fatto nel mio recente viaggio in Asia, non è in contraddizione: lo fate anche voi, è nell’interesse della stabilità  mondiale. La politica economia che stiamo applicando a Washington ha un solo obiettivo: rilanciare la crescita americana, e questo aiuterà  anche voi europei. Dalla lotta al terrorismo all’Afghanistan, rafforziamo questa partnership per adeguarla alle sfide comuni del XXI secolo» Poche ore prima di salire sull’Air Force One che lo porta a Lisbona per il vertice della Nato e poi il summit Usa-Unione europea, Barack Obama rilascia questa intervista esclusiva a Repubblica.
Obama sbarca in Europa reduce da un G20 inconcludente, e dopo un ritorno a casa altrettanto amaro. Sulla sua strada si accumulano gli ostacoli, sia all’interno che nei rapporti con gli alleati. Al G20 di Seul, il presidente non ha avuto garanzie che la Cina e la Germania vogliano aiutare la ripresa economica americana aumentando i loro consumi e le loro importazioni. Dopo la sconfitta del partito democratico alle elezioni legislative, con la Camera passata a una maggioranza repubblicana, il presidente ha avuto nelle ultime ore trascorse a Washington uno sgradevole “assaggio” delle difficoltà  che la destra vuole creargli. Al ritorno dalla sua missione asiatica aveva offerto un ramoscello d’ulivo: un invito a cena ai leader repubblicani per avviare il dialogo sulla politica economica, la riduzione del deficit pubblico e gli sgravi fiscali. Gli hanno risposto picche, con uno strappo senza precedenti al galateo istituzionale i maggiorenti repubblicani hanno rifiutato la cena. In politica estera, i repubblicani minacciano di far saltare la ratifica del trattato Start 2 con la Russia, quello firmato a Praga per tagliare 1.500 testate nucleari. “La posta in gioco per la sicurezza nazionale è alta – ha detto il presidente – Se ratifichiamo il trattato avremo un regime di verifiche per sorvegliare gli arsenali strategici della Russia, se non lo ratifichiamo non potremo fare ispezioni. Il nuovo Start è anche una pietra miliare delle nostre relazioni con la Russia, che vanno ben oltre la sicurezza nucleare. La Russia è stata fondamentale nei nostri sforzi di varare forti sanzioni per mettere sotto pressione l’Iran sul suo programma nucleare. La Russia è stata cruciale nel sostenere le nostre truppe in Afghanistan attraverso il corridoio di transito settentrionale. Non possiamo mettere tutto questo a repentaglio”.
Al vertice della Nato Obama spiegherà  il suo piano per concludere ogni missione di combattimento delle forze alleate in Afghanistan entro il 2014: la più concreta e dettagliata esposizione della via d’uscita da una guerra che dura da nove anni. Agli altri 27 alleati della Nato Obama proporrà  anche che l’Alleanza assuma come una propria responsabilità  la “difesa missilistica territoriale”. Per il presidente americano questo è un passaggio essenziale per adeguare la Nato alle nuove minacce: la proliferazione delle armi di distruzione di massa, e la diffusione di strumenti sempre più potenti per lanciarle. L’intelligence che Obama condividerà  con gli alleati è allarmante: mentre è praticamente svanita la minaccia di una guerra convenzionale in Europa, il Vecchio continente è esposto a nuove generazioni di “missili più flessibili, mobili, affidabili e accurati, la cui portata è in aumento, e mette in pericolo popolazioni e territori dell’arco transatlantico”. La Nato possiede già  un programma di difesa missilistica, centrato però sulla protezione delle proprie truppe. La proposta che Obama porta a Lisbona è di estendere questo sistema di difesa per farne un ombrello a protezione delle popolazioni civili e di tutti i nostri territori.
Signor Presidente, noi italiani abbiamo la percezione che lei sia il primo leader americano “post-atlantico”, o addirittura il primo presidente che ha una visione del mondo centrata sull’area dell’Asia-Pacifico. Anche a giudicare soltanto dalla durata delle sue visite all’estero, ha dedicato più attenzione all’Asia che all’Europa. E’ una conseguenza dell’oggettivo declino importanza del Vecchio continente, di fronte all’emergenza di nuove potenze nell’economia globale? A Lisbona lei cercherà  di correggere l’impressione che l’Europa è stata declassata come un partner minore?
«Anzitutto voglio dire con molta enfasi che la partnership tra Stati Uniti ed Europa è ampia e profonda come sempre, tanto più importante ora che affrontiamo insieme le sfide mondiali. E non c’è un legame storico più stretto di quello che condividiamo con i nostri alleati europei. Il nostro costante lavoro comune su un vasto arco di problemi internazionali, sulla sicurezza e sull’economia, che prende corpo nel vertice della Nato e nel vertice Usa-Ue a Lisbona, è importante per le nostre nazioni e per il mondo in generale. Questo lavoro lo affrontiamo attraverso una straordinaria e durevole Alleanza che si sta adattando alle minacce del XXI secolo, e promuovendo una relazione economico-commerciale che non ha eguali. In secondo luogo voglio sottolineare che sviluppare nuovi rapporti con altri partner in altre regioni del mondo non sminuisce la nostra relazione con l’Europa. Anzi, è nel nostro comune interesse, in quanto serve a promuovere la stabilità  globale. Io credo che i mei partner europei possano concordare: anche l’Europa sviluppa i suoi legami con altri attori globali, lo facciamo ciascuno dal proprio lato ma consultandoci fra noi».
La Turchia, un paese membro della Nato, si è vista sbarrare la strada per l’adesione all’Unione europea. Lei conferma che è favorevole all’ingresso della Turchia nell’Unione europea? Quale messaggio rappresenterebbe verso I paesi islamici e gli immigrati musulmani in Europa?
«Riconosco che questa è una decisione che non spetta a noi, tuttavia gli Stati Uniti continuano a sostenere con forza l’ingresso della Turchia nell’Unione europea, e sproniamo la Turchia a continuare sulla strada delle riforme necessarie per la sua adesione, un processo aperto. Siamo convinti che una Turchia in grado di soddisfare i criteri per l’adesione all’Unione europea darebbe un contributo all’Unione stessa, e d’altra parte lo sforzo per raggiungere quei criteri è a tutto vantaggio della Turchia. Come dissi ad Ankara nell’aprile dell’anno scorso, i legami che la Turchia ha con l’Europa vanno ben oltre i ponti sul Bosforo. Secoli di una storia condivisa, di scambi culturali e di commercio, vi spingono a unirvi. L’Europa ci guadagna in diversità  etnica, di tradizioni e di fedi. E l’adesione turca allargherebbe e rafforzerebbe ancora di più le fondamenta dell’Europa. Ora che i negoziati sono rallentati, io incoraggio ambedue le parti a raddoppiare l’impegno per andare avanti insieme».
Alcuni governi europei, Germania in testa, hanno criticato duramente la politica di creazione di liquidità  adottata dalla Federal Reserve. Un euro forte rispetto al dollaro rende le nostre esportazioni meno competitive. Gli europeo temono anche il ritorno a una politica del “credito facile” da parte degli Stati Uniti, la stessa politica lassista che fu tra le cause dell’ultima crisi. Lei come risponde alle nostre preoccupazioni?
«Noi lavoriamo a stretto contatto con l’Europa e i membri del G20 per assicurare una ripresa forte, equilibrata e durevole, che eviti di ricadere negli eccessi del passato. Come ho detto nella mia conferenza stampa a Seul, il “quantitative easing” (l’acquisto di titoli pubblici da parte della banca centrale, ndr) è un’azione di politica monetaria svolta dalla Federal Reserve. La banca centrale è indipendente e io non commento le sue azioni. Noi siamo concentrati su tutti gli interventi che possono promuovere la ripresa e rafforzare l’economia americana. Questo include la Federal Reserve. Un’economia americana forte è il contributo più importante che gli Stati Uniti possono dare alla ripresa globale»
A dicembre lei farà  un bilancio della sua strategia in Afghanistan adottata un anno fa. Quali saranno le conseguenze per gli alleati della Nato che partecipano alla missione? Che cosa dobbiamo aspettarci noi italiani, per il nostro ruolo futuro in Afghanistan? Ci verranno richiesti sforzi aggiuntivi?
«Il riesame annuale che sarà  completato a dicembre sarà  una diagnosi, non una ricetta. Inoltre continueremo a consultarci coi nostri alleati alla fine di questo processo, come abbiamo fatto all’inizio, e così sarà  all’inizio del 2011 se il nostro riesame ci porta a delle conclusioni che possono riguardare i nostri alleati. Il nostro riesame sarà  coerente coi temi di Lisbona e immagino che l’impegno dell’Italia nell’Ovest dell’Afghanistan resterà  coerente con i nostri sforzi in altre aree. L’accento sarà  messo sulla transizione verso una maggiore leadership afgana nella sicurezza, insieme con un nostro impegno visibile e durevole per la stabilità  di quel paese»
Diversi paesi europei sono stati il bersaglio di attentati terroristici di Al Qaeda. Uno degli ultimi casi, fu la scoperta di ordigni su un aereo cargo in Gran Bretagna. Delle cellule collegate ad Al Qaeda sono state scoperte in Europa. Quale strategia comune può renderci meno vulnerabili?
«Lavoriamo a stretto contatto con i nostri alleati europei per contrastare la minaccia di Al Qaeda e del terrorismo in generale. Nel corso degli ultimi quattro anni diversi piani terroristici sono stati sventati in Europa, questo dimostra la tenacia di Al Qaeda e la sua costante capacità  di attaccare l’Occidente. Inoltre noi stimiamo che i massimi vertici di Al Qaeda basati in Pakistan continuano nei loro sforzi di reclutamento, addestramento e utilizzo di terroristi per attaccare obiettivi in Occidente. Al tempo stesso incoraggiano gli estremisti a loro vicini e i simpatizzanti nel mondo intero per portare avanti il loro disegno di violenza. Gli eventi recenti hanno dimostrato la forza di una cooperazione nell’antiterrorismo fra gli Stati Uniti e i nostri alleati europei. C’è un costante scambio di informazioni tra noi, per sventare piani terroristici, identificare e colpire i potenziali autori, e rafforzare le nostre difese contro le minacce. Stiamo lavorando con gli europei per aumentare la sicurezza in settori-chiave come il trasporto aereo, i mezzi pubblici, i controlli alle frontiere».
L’Europa segue con attenzione la sua iniziativa di pace in Medio Oriente. Lei ha fiducia che Israele fermerà  i nuovi insediamenti, per fare avanzare il dialogo con l’autorità  palestinese? Sarà  possibile coinvolgere Hamas in un negoziato di pace?
«La mia Amministrazione è impegnata nella ricerca di una pace integrale in Medio Oriente, che includa la soluzione del conflitto israelo-palestinese basata su due Stati. Crediamo che i negoziati diretti siano l’unica strada per raggiungere questo obiettivo. Ecco perché siamo in contatto costante sia con gli israeliani che con i palestinesi per trovare un modo di riaprire il dialogo. E al tempo stesso lavoriamo coi nostri partner europei e arabi per vedere come possiamo sostenere quel processo. Io ho la speranza che riusciremo presto a fare dei passi avanti. In quanto ad Hamas, la posizione della comunità  internazionale è chiara. Per svolgere un ruolo, nel soddisfare le aspirazioni dei palestinesi e per unificare il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, riconoscere gli accordi passati, e riconoscere il diritto all’esistenza di Israele»


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