Ramallah, boom a due facce

RAMALLAH. Al-Masyoon è sinonimo di borghesia ricca, ville, banche e sedi di ministeri. Non è un caso che la qualche settimana fa la catena svizzera di resort turistici Movenpick abbia costruito ed inaugurato un suo hotel, il primo a cinque stelle nei Territori occupati, proprio in questo quartiere di Ramallah . All’ingresso dell’albergo ci dicono che Katrina Khalil, la communications manager del Movenpick palestinese, «al momento non è raggiungibile» ma un impiegato, abito scuro e cravatta, modi gentili, si offre di darci qualche informazione. L’hotel, dice, è costato più di 40 milioni di dollari, ha 171 tra stanze e suite, piscina, palestra, centro fitness e otto sale conferenza. Ci mostra anche un bar ben fornito.
Una stanza costa tra 160 e 200 dollari a notte, più della metà  dello stipendio del vigile urbano che dirige il traffico a poche centinaia di metri dall’hotel. Non è difficile capire che in un’economia dove il reddito pro capite nel 2010 sarà  intorno ai 1.470 dollari, secondo lo scenario favorevole delineato dall’Ufficio centrale di statistica palestinese (Ucsp), il Movenpick è destinato a ricchi clienti occidentali e a qualche raro investitore arabo. Eppure Daniel Roche, il manager, qualche giorno fa si è detto certo che in breve tempo l’investimento iniziale sarà  recuperato e si realizzeranno profitti, perché «Ramallah is booming», è in forte espansione economica.
Sono in tanti a esserne convinti. Dai funzionari delle agenzie internazionali a quelli dell’Anp del presidente Abu Mazen, dagli amministratori delle imprese private ai figli della borghesia che la sera affollano caffè e bar spuntati come i funghi negli ultimi due anni. È uno slogan più che una realtà , che anche Israele non manca di rilanciare allargando il discorso all’intera Cisgiordania, per dimostrare che la «pace economica» teorizzata dal premier Netanyahu funziona più di quella dei diritti realizzati, indipendenza e sovranità .
Il «boom» è simboleggiato dei cantieri aperti. Si costruisce ovunque, in prevalenza edilizia a basso costo per le giovani coppie, ma anche palazzi di prestigio. I media internazionali, tra i primi quelli italiani, fanno a gara nel raccontare la «dolce vita» di Ramallah che già  definiscono la «capitale dello Stato di Palestina», dimenticando che i palestinesi rivendicano Gerusalemme Est. Resoconti volti a dimostrare che non si sta tanto male sotto occupazione israeliana, ma occorre non ribellarsi e non fare un’altra intifada.
Ma non sono pochi quelli che gettano acqua gelata sul «boom», tra questi anche il portavoce del governo dell’Anp Ghassan Khatib. «Senza progressi politici, in questa terra non avremo mai sicurezza e una vera crescita economica» avverte Khatib. La realtà  economica a Ramallah e nel resto della Cisgiordania è ben più complessa, aggiunge da parte sua il businessman palestinese-americano Sam Bahour. «La crescita del prodotto interno lordo (Pil) non è fondata su solide basi economiche ma frutto dell’iniezione di capitali dei donatori internazionali per l’Anp» spiega Bahour, che sottolinea come gli investimenti diversi dal «mattone» siano ancora ad alto rischio. «Sotto il regime di occupazione – dice l’imprenditore – nessuno può permettersi di pianificare profitti se non è neppure in grado di arrivare con certezza a un appuntamento a causa dei posti di blocco israeliani in Cisgiordania e intorno alle nostre città ».
Non è un mistero il fallimento delle due gigantesche conferenze economiche organizzate dopo il 2007 a Betlemme e Nablus dal governo Fayyad, immaginate per attirare capitali privati arabi ed internazionali in Cisgiordania. La stessa Banca Mondiale, nei suoi ultimi rapporti, pur riconoscendo la crescita del Pil nei Territori occupati – l’Ucsp prevede un 9% nel 2010 – sottolinea che senza la fine dell’occupazione israeliana, la rimozione dei posti di blocco e l’apertura dei valichi di frontiera, lo sviluppo economico palestinese resterà  contenuto, senza prospettive a lungo termine.
Lontano da Ramallah peraltro le cose sono cambiate ben poco e le condizioni di vita della popolazione rimangono molti difficili, specie nelle campagne, minacciate ad ovest dalla costruzione del muro israeliano e ad est dalla chiusura «militare» della Valle del Giordano. L’esponente politico palestinese Mustafa Barghuti non è un economista ma ha le idee chiare sul perché «Ramallah is booming». «Le donazioni all’Anp sono ingenti (secondo stime ufficiose oltre un miliardo di dollari, ndr) e il governo di Salam Fayyad può investirle in un territorio limitato – spiega Barghuti -. Gerusalemme Est è sotto il controllo di Israele, Gaza è amministrata dal governo di Hamas e l’Anp non può intervenire nel 60% della Cisgiordania che resta sotto una piena occupazione militare».
Fayyad perciò dirotta i finanziamenti su Ramallah e nelle altre porzioni di territorio sotto la sua autorità , ma il resto dei Territori occupati, a cominciare dalla Gaza sotto assedio, rimane in condizioni di grande difficoltà . Barghuti lancia un allarme. «Il debito delle famiglie sta crescendo vertiginosamente – avverte -. L’Anp invoglia al consumismo e i dipendenti pubblici chiedono mutui e prestiti alle banche per acquistare appartamenti, mobili e automobili, offrendo in garanzia il loro salario. Ma la loro busta paga in realtà  viene dall’estero e se dovesse interrompersi il flusso di fondi all’Anp, per decine di migliaia di famiglie sarebbe la rovina completa».

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9% LA CRESCITA del Pil prevista per quest’anno dall’Ufficio centrale di statistica palestinese. Il reddito pro capite annuo resta però molto basso: 1.470 dollari


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