TEL AVIV Abusi contro i prigionieri, la denuncia di due ong «Sui palestinesi torture in stile Cia»

Ad affermarlo sono state ieri HaMoked e Betselem, storiche organizzazioni non governative (ong) israeliane impegnate nella tutela dei diritti umani. Le due associazioni hanno raccolto le testimonianze di 121 palestinesi detenuti a Petah Tikva lo scorso anno. A conferma delle denunce ci sono anche le dichiarazioni di due ebrei attivisti di estrema destra: Haim Perlman, accusato di aver assassinato arabi, e il suo complice. «Lo Shin Bet tortura fisicamente i detenuti durante gli interrogatori e poi li incatena nelle celle d’isolamento», è scritto nel rapporto (http://www.btselem.org/English/Publications/Summaries/201010_Kept_in_the_Dark.asp) diffuso dalle ong che sottolineano come «i maltrattamenti usati dagli agenti nei confronti dei detenuti palestinesi avvengono con il pieno sostegno delle autorità  israeliane». Il centro dello Shin Bet a Petah Tikva ricorda il carcere segreto israeliano, divenuto poi noto con il numero «1391», chiuso qualche anno fa dopo che il giornalista di Haaretz Aviv Lavie ne rivelò l’esistenza. Nel «1391» scomparvero per anni personaggi come lo sceicco Abdel Karim Obeid e l’ex comandante militare sciita Mustafa Dirani, sequestrati dall’esercito israeliano in Libano per ottenere informazioni su Ron Arad, pilota catturato in combattimento. I detenuti, scrisse Aviv Lavie a proposito del carcere di massima sicurezza «1391», venivano tenuti bendati e ammanettati in celle buie di 2,5×2,5 metri nelle quali era negato l’accesso alla Croce rossa internazionale. A Petah Tikva la Cri riesce ad entrare, ma le condizioni di vita dei detenuti sono dure, scrivono Betselem e HaMoked entrate in possesso del rapporto (mai reso pubblico) del procuratore Naama Feuchtwanger seguito alla visita, il 31 marzo 2009, nel centro di detenzione fatta da due ispettori ministeriali. Significativo che dal 2001 a oggi il ministero della giustizia israeliano non abbia aperto alcuna inchiesta sui 265 casi di torture e abusi denunciati dai prigionieri. Appena due giorni fa due minorenni palestinesi arrestati a luglio avevano riferito che agenti dello Shin Bet avevano urinato loro addosso e di essere stati costretti a bere l’acqua sporca delle toilette. A Petah Tikva i maltrattamenti – nel 9% dei casi, si tratta di vere e proprie torture – comincerebbero già  al momento dell’arresto e andrebbero avanti durante tutta la detenzione, con gli agenti dello Shin Bet che seguirebbero i manuali degli interrogatori in uso alla Cia negli anni ’60. I 121 testimoni hanno riferito di essere stati arrestati di notte e di aver subito violenze già  durante il tragitto verso Petah Tikva. Nel centro sono stati sistemati in celle minuscole dove a stento entra un materasso, senza finestre, con soffitti bassi, con la luce artificiale tenuta accesa sempre, anche durante la notte, in condizioni igieniche spaventose. Il 35% dei testimoni ha raccontato di essere rimasto senza un cambio di biancheria per lunghi periodi. Qaysar Diq, 24 anni del villaggio di al Diq (Nablus), è rimasto con gli stessi pantaloni e la stessa maglia per 65 giorni. Il 78% ha denunciato di aver trascorso lunghi periodi in isolamento, in alcuni casi anche due mesi. Durante gli interrogatori i detenuti sono costretti a rimanere seduti per ore in posizioni scomode e dolorose su sedie ancorate al pavimento e con le mani legate allo schienale. Nel 36% dei casi, le minacce di ritorsioni contro i familiari sono state usate a scopo intimidatorio. Una donna di 63 anni, Rabea Said, sarebbe stata portata a Petah Tikva e interrogata affinché i suoi figli detenuti potessero vederla umiliata e insultata, prima di essere rilasciata senza alcuna accusa. HaMoked e Betselem hanno accertato gravi abusi fisici nel 10% dei casi, compiuti attraverso la sistematica privazione del sonno e il poco cibo, allo scopo di fiaccare e rendere privo di volontà  il detenuto, proprio come suggeriva la Cia nei suoi vecchi manuali concepiti per l’America Latina.


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