Un decennio di tagli per risparmiare qualche euro in più

«In Francia, in Germania, negli Stati uniti i finanziamenti statali hanno tenuto – e sono anzi lievemente aumentati – proprio per il ruolo anticiclico attribuito agli investimenti culturali». Quella che precede è una considerazione posta all’inizio di uno studio pubblicato dalla Associazione per l’economia della cultura, a firma del presidente Innocenzo Cipolletta. Nella gran parte degli altri paesi «la crisi ha imposto una brusca battuta d’arresto» alla spesa per la cultura, «generalmente positiva». La vicenda italiana è ancora diversa. I tagli che si sono manifestati nell’ultima finanziaria non rappresentano una novità , ma il seguito di un andamento decennale di tagli continuati.
Per avere un’idea precisa dell’andazzo gli studiosi dell’Associazione hanno esaminato i dati dei pagamenti di cassa, cioè quelli relativi ai quattrini effettivamente spesi e fatto i calcoli sulla moneta in valori costanti, oltre che correnti. I risultati sono stati imbarazzanti: nel decennio del nuovo millennio la spesa effettiva è crollata del 17% in termini correnti, da 2.499 a 2.062 milioni di euro e assai di più, quasi un terzo, per la precisione il 31%, in euro costanti.
Nel decennio precedente – è sempre l’Associazione per l’economia della cultura a riassumere i dati – vi era stato nei primi anni un andamento piatto, per poi raggiungere il picco massimo di sempre nel 2000 con la spesa indicata prima: forse era l’effetto della riunificazione delle competenze culturali nel Mibac (Ministero per i beni e le attività  culturali), avvenuta nel 1998. In ogni caso si possono vedere nella figura le curve della spesa effettiva, in euro correnti e costanti. La discesa comincia con il governo Amato di centro sinistra, risale nei primi anni, per poi discendere fortemente nel corso della parte finale del governo Berlusconi (2001-2006); segna una ripresa nel nuovo governo Prodi (2006-2008). Sul seguito l’Associazione non è ancora in grado di fornire elementi, ma le decisioni governative e i timori dell’ambiente dei beni culturali lasciano temere il peggio.
Un secondo argomento sul quale viene attirata l’attenzione dell’opinione pubblica è quello della ripartizione della spesa. Tra 2000 e 2008 non avviene solo il taglio complessivo della spesa ministeriale, ma anche uno smistamento del denaro disponibile secondo priorità  diverse. Ma lasciamo parlare gli esperti dell’Associazione: «I dati relativi ai centri di responsabilità  mostrano una diminuzione della spesa, anche a euro correnti, per le strutture competenti per i Beni librai e archivistici e lo Spettacolo dal vivo e cinema, rispettivamente del 21% e del 12%. Per i Beni culturali e paesaggistici la spesa si è addirittura quasi dimezzata (da 1.259 a 614 milioni) Nello stesso tempo l’ammontare delle risorse a disposizione delle strutture competenti per gli Affari generali, amministrativi e del personale sono aumentate di circa quattro volte e mezzo (da 107 a 491 milioni)».
L’Associazione per l’economia della cultura valuta poi negativamente la diversa ripartizione della spesa effettiva, pur tanto diminuita nel corso del decennio. Tra il 2000 e il 2008 la spesa per gli affari generali amministrativi e del personale è cresciuta dal 4% al 24%; di conseguenza quella per i beni culturali e paesaggistici che contava nel 2000 per il 51% della spesa totale, si è ridimensionata al 30%. La prima percentuale si è quindi moltiplicata per sei, per così dire; e nel frattempo la seconda è dimagrita del 40%. Gli altri due capitoli di spesa per le altre ripartizioni: Beni librari e archivistici e Spettacolo dal vivo e cinema non hanno subito grandi variazioni, almeno in termini percentuali sul totale di una spesa, come si ricorderà , immiserita da tagli e ritagli.
I Beni librari e archivistici passano infatti dal 17 al 16% tra 2000 e 2008, mentre la ripartizione relativa allo Spettacolo dal vivo e cinema cresce percentualmente dal 28 al 30%. È dunque la ripartizione degli Affari generali ecc. che centralizza una spesa assai maggiore di prima e questo sembra essere in linea con la nuova politica del ministero Mibac, centro destra o centrosinistra che sia.
Interessante il commento dell’Associazione e per essa di Innocenzo Cipolletta, il presidente. Le funzioni centrali del Ministero vanno rafforzate se concernono «l’indirizzo, il coordinamento, il superamento degli squilibri sociali e territoriali, la messa a punto di un sistema statistico e informativo coerente tale da consentire una valutazione dell’efficienza e dell’efficacia dell’intervento pubblico a sostegno della cultura a tutti i livelli di governo». Ma è proprio così? Oppure non è che «tali maggiori finanziamenti si siano dispersi nei rivoli di una più accentuata burocratizzazione»?


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