Valanga repubblicana, Obama «anatra zoppa»

CHICAGO
È ormai repubblicano anche il seggio del Senato che era stato occupato da Barack Obama nella sua città , Chicago, nel suo stato, l’Illinois. Questa perdita dà  l’idea più chiara delle dimensioni simboliche, ancor più che reali, che ha assunto la sconfitta democratica nel voto di martedì. Faceva impressione ieri pomeriggio ascoltare Obama nella sua prima conferenza stampa da «anatra zoppa», come si chiamano i presidenti che devono coabitare con il partito opposto. Obama ha ricordato che grandi presidenti come Ronald Reagan e Bill Clinton si erano trovati come lui, nella stessa stanza, a dover rispondere alle stesse domande perché ambedue sconfitti alle elezioni di metà  mandato. E quando gli hanno chiesto come si sentiva dopo questa sconfitta, ha risposto con una sola, sincera, efficace parola: «Male».
E starà  peggio nei prossimi mesi. Basta ricordare le commissioni d’inchiesta su Bill Clinton che i repubblicani vararono nel 1994, dopo aver conquistato la maggioranza schiacciante alla Camera, investigazioni che si conclusero con un tentativo di impeachment. C’è da aspettarsi che la nuova maggioranza repubblicana istituirà  organismi simili, con obbiettivi affini, per spargere fango su Obama, sul suo «comportamento anticoloniale».
Ma questo è solo uno dei tanti problemi politici che emergono dal voto. Che la vittoria sia repubblicana e la sconfitta democratica, è fuori di dubbio. Ecco i numeri: alla Camera i repubblicani hanno conquistato 60 seggi, ribaltando i rapporti di forza: nella legislatura precedente i democratici avevano una maggioranza di 257 seggi contro 178 repubblicani; ora i repubblicani sono 239 e i democratici 185, ma 11 seggi restano da attribuire, quindi alla fine l’elettorato avrà  sancito un sostanziale capovolgimento. Al Senato i repubblicani hanno guadagnato sei seggi, i democratici ne hanno perso sei, ma conservano la maggioranza perché hanno 51 senatori su 100 (sui tre seggi ancora indecisi, i democratici sono in leggero, precario vantaggio in due – Colorado e stato di Washington sulla costa del Pacifico – mentre in Alaska, dove è in vantaggio una repubblicana, ci vorranno settimane per conoscere il risultato).
Martedì si votavano anche i governatori di 37 stati: i repubblicani ne hanno guadagnati 8 e altrettanti ne hanno persi i democratici. Ora, su 50 stati i democratici ne governano 16, i repubblicani 29, gli indipendenti 1: 4 stati sono ancora incerti. Rinnovati anche molti parlamenti statali. Queste due elezioni avranno un enorme peso, perché gran parte dell’attuazione della riforma sanitaria è affidata ai singoli stati. Se questi stati si rifiutano di applicarla – come ha già  fatto il Missouri -, la riforma diventa lettera morta ed è vanificata senza neanche bisogno di abrogarla a Washington.
La domanda di fondo è se il terremoto politico di martedì lascerà  o meno in macerie il governo federale degli Stati uniti. C’è da capire cioè quale sarà  nel nuovo parlamento il peso reale del Tea Party che i mass media hanno descritto come il vero trionfatore di questo voto: riuscirà  a imporre la sua filosofia inarco-reazionaria a tutto il partito repubblicano? Ancora è presto per valutare quanti dei 93 candidati che il Tea Party presentava alla Camera sono stati poi eletti. E se è vero che al Senato delle figure di primo piano del Tea Party sono state elette, come Rand Paul in Kentucky e Marco Rubio in Florida, è anche vero che sono state sconfitte clamorosamente altre esponenti famose come Christine O’Donnell in Delaware e Sharron Angle in Nevada, mentre rischiano di perdere altri candidati di questa formazione, come Joe Miller in Alaska e Ken Buck in Colorado. Contro la retorica dominante, si potrebbe persino dire che se i democratici hanno mantenuto un (fievole) controllo sul Senato, è solo grazie al Tea Party che gli ha lasciato quei due o tre seggi decisivi. Va detto anche che in Illinois la presenza del candidato verde è stata decisiva per la sconfitta democratica: Alexis Giannoulias ha perso per 46,1% contro 48,3% a Mark Kirk, con uno scarto (del 2,2%) inferiore ai voti raccolti dal candidato verde (3,2%).
La vera domanda è quindi : cosa succederà  in seno alla destra? Ci sarà  una presa di controllo totale del Tea Party sul partito repubblicano? Già  il 14 novembre si terrà  a Washington un summit di questa coalizione di movimenti. L’egemonia del tea Party vorrà  forse dire un muro contro muro con il presidente democratico? L’obiettivo già  dichiarato dei repubblicani è «fare di Obama il presidente da un solo mandato», un nuovo Jimmy Carter. Oppure i cosiddetti repubblicani moderati giocheranno il gioco della triangolazione? Bisogna ricordare che già  molte volte i repubblicani avevano usato come ascari le precedenti incarnazioni del Tea party: la Moral majority per Ronald Reagan, i Christian conservatives per George Bush jr.: ogni volta, li avevano usati come «utili idioti», utili per le elezioni, da tenere al guinzaglio nella gestione degli affari. Riusciranno a imbrigliarli anche stavolta? E che prezzo dovranno pagare?
Lato democratici, il senatore del Nevada Harry Reid è probabilmente riuscito a salvare la sua poltrona di presidente del Senato (così si può tradurre la figura di Speaker della maggioranza). Invece almeno uno scopo il Tea Party l’ha già  raggiunto ed è quello di cacciare la (fino a gennaio) presidente della Camera, la deputata californiana Nancy Pelosi.
E già  si fanno i nomi per il profondo rimpasto che questo voto provocherà  nella Casa bianca. Prima del voto erano già  usciti di scena nell’ordine il direttore della National Intelligence ed ex ammiraglio Dennis Blair, la presidentessa del Council of Economic Advisers, Christina Rohmer, il direttore del Bilancio Peter Orszag, il consigliere speciale per l’economia Larry Summers e infine il capo dello staff della casa bianca Rahm Emanuel che ha lasciato il suo posto per candidarsi a sindaco di Chicago.
Per la sinistra del partito democratico la sconfitta più dolorosa è quella – dopo 3 mandati – del senatore del Wisconsin, Russ Feingold, e per una duplice ragione: perché il questo stato è proverbialmente di sinistra, tanto che è diventata un modo di dire l’espressione «spirito del Wisconsin», e poi perché Feingold è il senatore più indipendente, più razionale e determinato della sinistra democratica: è l’unico che nel 2001, appena dopo l’11 settembre, votò contro il Patriot Act che instaurava una legge d’emergenza e aboliva molti diritti civili tra cui l’Habeas corpus, e l’anno dopo fu uno dei soli 28 senatori che votarono contro la guerra in Iraq. La sua sconfitta mostra lo sconquasso che sta sconvolgendo la geografia politica Usa.
L’ultimo problema che quest’elezione apre riguarda il presidente Barack Obama: il rischio di Obama è di continuare a ripetere la sua solfa bipartisan, come ha già  fatto a sue spese, e vanamente, nei primi due anni del suo mandato. La conferenza stampa di ieri lo ha confermato. Obama continua a credere (o a far finta di credere) che i repubblicani siano interessati alla prosperità  dell’America, mentre invece a loro importa solo di maciullarlo a cannonate. Come dovrà  constatare assai presto.

 


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