18 anni a Tanzi, giusto, forse no. Perché solo lui?

Il fallimento del gruppo è stato clamoroso: circa 14 miliardi di euro. In realtà  era traballante fin dai primi anni ’90, anche se l’azienda era (ed è) una realtà  produttiva in grado di reggere la concorrenza e dare fastidio alle grandi multinazionali del settore alimentare. I guai di Tanzi iniziano con i generosi finanziamenti ai partiti e proseguono con lo scellerato tentativo di entrare nel mondo della televisione. Ma Tanzi non era un folle: conosceva bene l’importanza dei media, dell’avere buona stampa dalla sua.
Il «buco» si allarga con altri investimenti estremamente dispendiosi, quanto utili a far girare soldi: il Parma calcio portato ai vertici europei grazie ai goal di Crespo e alle parate di Buffon, le sponsorizzazioni del Real Madrid (che tra l’altro in quegli anni non brillava particolarmente), dello sci e della Formula uno. Poi altri investimenti assolutamente sbagliati: nel settore turistico; l’apertura di una catena di gelaterie negli Stati uniti e altre cose del genere. Il problema di Tanzi è che doveva crescere a tutti i costi per dare una impressione di potenza e di solidità  finanziaria. Invece l’impero era fragile, i conti «truccati» soprattutto per nascondere l’ingente indebitamento. Ma tutti facevano finta di non accorgersi di nulla. E il denaro affluiva in grandi quantità  nella casse della Parmalat. O meglio: il denaro a Collecchio non lo vedevano arrivare, perché le banche che lo aiutavano nella raccolta glielo soffiavano da sotto il naso.
Il sistema andato avanti per anni è stato quello di finanziare il debito con nuovo debito. E al tempo stesso falsificare i bilanci per mostrare una situazione non reale con utili sempre presenti, anche se distribuiti solo in piccola parte. Come è stato possibile? Semplice: per anni il gruppo Parmalat ha ricevuto dalle agenzie di rating valutazioni molto alte. E questo dava tranquillità  ai risparmiatori. Di più: quasi tutte le grandi banche esprimevano giudizi positivi sulla società  e le sue azioni. La maggior parte dei consigli era «buy». Cioè comprare i titoli. E la gente comprava. Solo alcuni più prudentemente suggerivano «hold», cioè matenere in portafoglio i titoli già  acquistati.
Ma il sistema Tanzi non finisce qui. C’è la parte più grave che chiama in campo le responsabilità  delle banche. Tanzi aveva bisogno di finanziarsi in continuazione con prestiti obbligazionari per centinaia di miliardi di lire o di altre valute estere. A questo provvedevano «generosamente» le banche che, per il loro servizio, pretendevano commissioni enormi. La maggior parte dei bond, in realtà , doveva rimanere per legge nella mani di banche e investitori istituzionali, ma non è andata così e sono stati truffati parecchie decine di migliaia di persone alle quali sono stati rifilati. Il tutto con revisori dei conti «comprati» e con bilanci che all’attivo mostravano liquidità  enormi in cassa (4 miliardi di dollari in una banca Usa) che nessuno si dava la pena di accertare se c’erano davvero.
Ma perché solo Tanzi in galera?


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