2011, svolta ambientale. E in Italia?

Il Protocollo di Kyoto fu approvato nel ’97 ma entrò in vigore solo il 16 febbraio 2005 dopo che la ratifica da parte della Russia fece raggiungere il quorum necessario delle 55 nazioni firmatarie e del 55% delle emissioni inquinanti. Protagonista degli accordi fu la UE con in testa la Germania e con l’adesione iniziale degli USA di Clinton che però non fu ratificata dal nuovo presidente G. Bush. I paesi in via di sviluppo, a cominciare dalla Cina, erano stati esentati dall’introdurre le pratiche di riduzione dell’inquinamento a cui invece si sottoponevano i paesi già  sviluppati. Kyoto, pur con questi limiti, ha rappresentato una svolta in controtendenza rispetto ai principi della globalizzazione neoliberista fino ad allora dominante, programmando vincoli alla produzione industriale. A Copenaghen, il 18 dicembre 2009, c’era stato un totale fallimento causato dal blocco degli USA e della Cina al proseguimento del negoziato. A Cancun la situazione si è rovesciata perché la Cina ha dichiarato, all’inizio delle trattative, di rinunziare al privilegio previsto a Kyoto per i paesi in via di sviluppo e di volere sottomettersi alle norme internazionali che, sotto l’egida dell’ONU, saranno determinate il prossimo anno in Sudafrica. 
La Cina ha cambiato opinione per tre motivi. L’inquinamento nelle sue megalopoli industriali ha raggiunto limiti insopportabili. Si ricorderà  che per permettere lo svolgimento delle olimpiadi è stato necessario chiudere con mesi di anticipo le fabbriche inquinanti nel raggio di diverse decine di chilometri dagli stadi. Negli ultimi anni poi la Cina ha raggiunto il primo posto nel mondo per quanto riguarda gli impianti eolici ed è oggi il primo produttore di pannelli solari fotovoltaici il che contribuisce a ridurre la dipendenza dalle importazioni di energie fossili richieste dallo sviluppo continuo dell’economia. Infine questi primati nelle energie rinnovabili hanno aperto nuovi campi nelle esportazioni di prodotti industriali cinesi. 
Con questa adesione la Cina ha ottenuto anche un grande risultato politico cioè quello di assumere una funzione predominante nella trattativa analoga a quella che nel ’97 aveva avuto la UE allora in testa allo sviluppo delle energie rinnovabili. Mentre, specie dopo i risultati delle elezioni di medio termine, la posizione degli USA rischia di diventare isolata per il prevalere nel Congresso delle forze che avevano portato Bush al potere. In Europa è continuato però lo sviluppo delle energie rinnovabili, sempre con la Germania in testa, anche negli anni della crisi subprime quando tutti gli altri settori industriali si fermavano e licenziavano. Oggi la Germania può annunciare un aumento di 200 mila occupati, rispetto al 2007, perché negli ultimi 15 anni si sono creati circa 300 mila posti di lavoro in questo settore. 
In questo ultimo anno in Italia si sono verificate due tendenze contraddittorie: da un lato è esplosa la domanda di nuove installazioni di rinnovabili, vento e sole, che hanno raggiunto la straordinaria cifra di oltre 80 milioni di mw che si avvicinano al 100% della potenzialità  degli impianti elettrici esistenti. Si è anche sviluppato il settore fotovoltaico (a cominciare dalla Puglia) che ha raddoppiato quest’anno gli impianti fotovoltaici realizzati (poco più di 2.000 mw contro gli 8.000 della Germania malgrado che lo stesso pannello produce in Italia meridionale quasi il doppio che in Germania). L’azione del governo nazionale e dei governi regionali dominati da uomini di destra, compreso la Sicilia, invece di agevolare questo sviluppo lo ha in ogni modo ostacolato con leggi, regolamenti, riduzione degli incentivi ed anche con un inasprimento delle difficoltà  burocratiche 
Le vicende politiche legate alla crisi della maggioranza berlusconiana ed anche una organica incapacità  delle forze di opposizione a rendersi protagoniste di questo epocale cambiamento di modello energetico (e quindi di modello dei consumi, dell’occupazione e della società ) hanno fatto quasi scomparire queste problematiche dalla dialettica politica nazionale. Visto che con ogni probabilità  non ci sarà  uno scioglimento anticipato delle Camere nella primavera prossima ad iniziativa comitati ambientalisti e di IdV gli italiani saranno chiamati a votare su due referendum: uno contro la privatizzazione dell’acqua (e quindi anche degli impianti idroelettrici necessari per un equilibrato sviluppo delle energie rinnovabili) e l’altro contro l’installazione di centrali nucleari volte da Berlusconi e benedette da un guru del PD come Umberto Veronesi. 
L’Italia ha così l’occasione storica di inserirsi in un processo internazionale che avvia a conclusione un processo industriale di 200 anni basato sulle energie fossili causa principale del disastro ambientale. Si può così creare una importante mobilitazione dell’opinione pubblica ed anche costruire uno dei pilastri programmatrici su cui misurare la possibilità  delle alleanze in vista della sostituzione di Berlusconi e del suo sistema di potere. Mi ha molto colpito l’appello (www.kyotoclub.org) lanciato da Pasquale Pistorio, vice presidente della Confindustria e Presidente onorario di Kyotoclub (la cui rivista QualEnergia nei mesi scorsi ha lanciato in copertina la parola d’ordine 100% rinnovabile) contro il nucleare e per le energie rinnovabili che ha nelle prime 500 adesioni centinaia di esponenti di piccole e medie imprese del nord e del sud che già  operano nel settore delle rinnovabili e che sperano di potere sviluppare le loro imprese. I sindacati operai che oggi lottano per la difesa dei diritti contrattuali e dei posti di lavoro, le forze politiche di sinistra e ambientaliste oggi escluse da ogni presenza parlamentare dalla leggi elettorali bipartisan che limitano la proporzionale (che invece ha costituito la base in Germania per il sorgere di forti raggruppamenti di sinistra, 
Die Linke e Verdi) possono così contribuire a formare il nocciolo fondamentale di alleanze alternative al blocco berlusconiano oggi in crisi. Il manifesto può avere anche oggi lo stesso ruolo determinante che ebbe, prima e dopo la tragedia di Chernobyl, nella vittoriosa campagna referendaria contro il nucleare.


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