Addio alle buste di plastica. Svolta nei consumi e nei costumi

by Sergio Segio | 27 Dicembre 2010 8:43

Simbolo di un’altra epoca, caratterizzata dall’opulenza e dallo spreco, al tempo della crisi globale i sacchetti di plastica devono cedere il passo a nuovi materiali, riciclabili e biodegradabili. Erano le icone di un consumismo esasperato, di uno shopping frenetico praticato nei supermarketo negli outlet, in un’orgia di sconti, promozioni e offerte speciali. E resteranno comunque la testimonianza di una crescita economica e sociale che, insieme al benessere diffuso, ha prodotto però tanti guasti e aggravato tante ingiustizie.
Oltre a un vasto campionario di oggetti, prodotti alimentari o di largo consumo, capi d’abbigliamento e accessori vari, quelle buste hanno contenuto anche la rappresentazione emblematica di un pericoloso equivoco: e cioè l’idea che uno sviluppo senza progresso, come distingueva acutamente Pasolini, possa realizzarsi in spregio all’ambiente e quindi alla salute dei cittadini, invertendo un ordine di priorità  stabilito in modo irreversibile dalla legge della sopravvivenza. Nel mito ingannevole di Icaro, talvolta alla ricerca più o meno inconscia della potenza assoluta o addirittura dell’immortalità , troppo spesso nella sua storia l’umanità  ha creduto di poter evolvere contro natura, alterando o distruggendo il proprio habitat.
È vero: al di là  del loro uso commerciale, i sacchetti di plastica ci hanno anche aiutato a risolvere diverse necessità  domestiche. A impacchettare, avvolgere, trasportare, conservare, coprire, tappare. Ma, prima o poi, il loro destino era quello di finire inevitabilmente nel bidone della spazzatura ad alimentare la montagna di rifiuti praticamente indistruttibili che avvelenano l’aria e l’ambiente.
Non sarà  facile rassegnarsi a farne a meno. All’uscita dai negozi, dai mercati o dai supermercati, per un po’ ne sentiremo la mancanza. E magari ne conserveremo qualche esemplare come cimeli di un modernariato che la crisi economica s’incarica di mettere fuori commercio e fuori legge.
Gradatamente ci abitueremo anche a questo, come ci siamo abituati a tanti altri cambiamenti fino al punto di non farci più caso: dalle cinture in automobile al casco in moto, dal “no smoking” nei locali pubblici ai limiti di velocità  o ai controlli di sicurezza attraverso il metal detector. Sono obblighi o divieti imposti in funzione della sicurezza o della convivenza civile e trovano dunque il loro fondamento non già  nell’arbitrio del potere costituito, bensì nella ragionevolezza e nella condivisione generale. La qualità  della vita collettiva, cioè la difesa dell’ambiente e della salute, vale senz’altro questa rinuncia.
Nel segno della “green economy”, l’abbandono delle buste di plastica offrirà  anche una nuova opportunità  a quell’industria verde che tratta materiali naturali e biodegradabili. Avremo sacchetti di carta, di mais, di cotone o di tessuto, da conservare e riutilizzare più volte. Sarà  un altro esempio di riconversione ecologica a favore di quella produzione sostenibile che tende a coinvolgere ormai tutti i settori: dall’auto all’agro-alimentare, dall’energia all’edilizia. E perciò, nella sua dimensione simbolica, la svolta rappresenta a suo modo una metafora minima della transizione in atto dalla vecchia alla nuova economia.
Ma, nella moderna società  della comunicazione, è soprattutto sul piano dei consumi e dei costumi che la messa al bando degli “shopper” può innescare un processo virtuoso di maggiore consapevolezza. Uno spot contro la bulimia consumistica, indotta dall’ideologia dello spreco, dei falsi bisogni, dei desideri inappagabili, dei sogni e delle illusioni. Un messaggio di moderazione e di responsabilità . Consumare per vivere, insomma, piuttosto che vivere per consumare.

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