Afghanistan, Obama tira dritto “A luglio comincerà  il ritiro”

NEW YORK – «La guerra in Afghanistan procede come da programma, siamo sulla buona strada, anche se il progresso è lento e il bilancio di perdite umane molto pesante». A un anno esatto dalla sua decisione di lanciare una escalation militare inviando 30.000 truppe aggiuntive, Obama soppesa le parole presentando il suo primo bilancio dell’operazione. Conferma la scadenza del luglio 2011 per l’inizio del ritiro delle truppe, «grazie alla transizione e al trasferimento di responsabilità  alle forze afgane». Ma i militari della Nato resteranno almeno fino al 2014, e la presenza potrà  prolungarsi ben oltre. Il punto debole di tutto il bilancio è il Pakistan, dove la lotta contro i taliban e Al Qaeda dà  risultati «diseguali». Un eufemismo, secondo Bill Harris che fu il massimo funzionario civile dell’Amministrazione Obama a Kandahar: «Siamo su un treno ad alta velocità  che ci porta verso l’insuccesso in Afghanistan, se cerchiamo di vincere questa guerra mentre i santuari dei nostri nemici restano aperti in Pakistan».
Il linguaggio usato da Obama è meno esplicito ma evita comunque di diffondere illusioni. «Siamo in una posizione migliore di un anno fa – dice – nel dare alle nostre truppe sul terreno tutti i mezzi necessari per completare la loro missione». Più che insistere sull’inizio del ritiro, il presidente usa di preferenza la parola «transizione», che allude al progressivo trasferimento ai militari afgani dei compiti di combattimento, in modo da poter lasciare alla Nato funzioni di addestramento e consulenza, oltre che cooperazione civile e ricostruzione economica. La scadenza del luglio 2011 secondo Obama ha avuto l’effetto positivo di «galvanizzare» sia la coalizione Nato sia gli afgani, accelerando la transizione. È una risposta implicita alla destra: i “falchi” repubblicani, a cominciare dal suo ex rivale John McCain, hanno spesso criticato quella data come un segnale che l’America vuole andarsene e quindi che la riscossa dei taliban è possibile.
Il bilancio ufficiale di Obama, sintetizzato in cinque pagine, sostiene che i militari Usa continuano a uccidere leader di Al Qaeda e quindi a ridurre la loro capacità  di lanciare attacchi a partire da quella regione. Un messaggio che giunge proprio mentre la stessa Amministrazione ha dovuto alzare il livello di allerta sul territorio americano per il rischio di attentati terroristici «contro obiettivi cristiani sotto Natale». Il rapporto di Obama riconosce comunque che anche la ritirata dei taliban in Afghanistan è il frutto di vittorie «fragili e reversibili», che potrebbero essere cancellate se non si attaccano con determinazione i rifugi usati dagli stessi taliban in Pakistan. Il rapporto invoca «una maggiore cooperazione delle autorità  pachistane» e non solo sul terreno strettamente militare. Anche in Pakistan la sconfitta dei taliban, per essere durevole, va affiancata con lo sviluppo economico e sociale delle aree dove sono insediati. Ma se Obama evita di rivolgere accuse specifiche contro il governo pachistano, di tenore ben più negativo sono gli studi fatti circolare dalla Cia, che descrivono come un ostacolo grave la mancata cooperazione pachistana per chiudere le basi di Al Qaeda.
Su tutto l’andamento del conflitto sembra riaprirsi una diatriba tra i capi militari americani e i servizi, con la Cia su posizioni molto più scettiche e pessimistiche riguardo alla situazione sul terreno. Il bilancio di Obama è anche cauto verso il governo Karzai: nessuna critica gli viene rivolta in modo esplicito. Eppure su quel fronte si addensano le perplessità  della Cia, che vede nella corruzione e nella debolezza delle istituzioni un’altra grave incognita per il piano di trasferimento delle responsabilità  fra il 2011 e il 2014. Queste riserve possono aprire un nuovo fronte di dissenso interno agli Stati Uniti. Il partito democratico, già  insofferente verso tutte le aperture bipartisan del suo presidente (ieri alla Camera la sinistra ha bloccato la maximanovra fiscale), l’anno prossimo potrebbe rifiutarsi di rifinanziare la missione in Afghanistan se non ci sono dettagli credibili sul numero di soldati americani che torneranno a casa a luglio. Nel rapporto di Obama non compaiono cifre.


Related Articles

Ali Hashem: «Importanti i riflessi politici dell’attacco americano»

Usa/Siria. Intervista all’analista Ali Hashem, del portale al Monitor: sul piano militare i missili lanciati dagli Usa non cambiano nulla. In Iran invece rafforzano conservatori e radicali a danno del presidente Rohani a poche settimane dal voto

Dopo il caso Skripal, la nuova Campagna di Russia

Si cerca di giustificare l’escalation Usa/Nato contro la Russia, sottovalutando la sua capacità di reagire quando viene messa alle corde

Al via nel Neghev il piano forzato di confische di terre e di demolizioni di case arabe

ISRAELE Attia el Asam del Consiglio beduino: «Ci cacciano da dove siamo nati»

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment