Banco Popolare, CariVerona vuole salire ma Tremonti è pronto a frenare Biasi

MILANO – Sembra un investimento bancario, è un groviglio di interessi politici, territoriali, personali. Il caso del ritorno di Fondazione Cariverona nell’azionariato del Banco popolare, che ha in itinere una ricapitalizzazione da due miliardi per rimborsare i Tremonti bond, impensierisce il Natale dei potenti scaligeri. Un’operazione che ha per grande sponsor il “sistema Verona” imperniato sul sindaco leghista Flavio Tosi, ma per ora registra le opposte surplace di Paolo Biasi (dominus di Cariverona) e del potere legislativo-esecutivo; nell’attesa di una possibile mediazione che soddisfi tutti.
Il fatto – di ieri – è che nel decreto “milleproroghe” non è entrata la misura per alzare il tetto (0,5%) di possesso agli azionisti delle banche popolari, mentre è passata una lasca dilazione al 2014 per chi, a seguito di «operazioni di concentrazione tra banche o investitori», dovrebbe per legge, cedere entro un anno le eccedenze. Una “mancata notizia” che indebolisce l’ipotesi-antefatto, suggestiva e confermata dall’ente di Via Forti, di un ruolo massiccio di Cariverona nell’aumento Banco popolare. Fino a 200 milioni, si dice, a rendere la Fondazione azionista di Unicredit (4,9%) padrona di una simile quota nella popolare veronese. L’ente ha inviato una lettera al Tesoro vigilante per chiedere lumi, ma è oggettivamente arduo ritenere che Giulio Tremonti possa derogare alla normativa vigente. Anche data la personale ruggine tra il ministro e Biasi (di cui sono ricche le cronache del passato: dal codicillo ministeriale che escluse l’imprenditore veronese dal cda di Generali al dietrofront di Cariverona sulla sottoscrizione dei bond cashes Unicredit).
Solo a gennaio si saprà  quanto pesante sarà  il rientro di Cariverona nel Banco (ha solo lo 0,06%, in passato era allo 0,5%). Dipenderà  da eventuali modifiche del “milleproroghe” per aumentare i tetti di possesso, dal prezzo dell’aumento, dalle pressioni dei poteri locali ansiosi di chiudere senza sorprese un’operazione che ha qualche rischio, per l’entità  dei numeri in essere e il rischio che pacchetti di rilievo finiscano nelle pance di infide banche d’affari (ben 15, nel consorzio di garanzia).
In parallelo, ma foriero di sviluppi salienti, c’è il delicato 2011 giudiziario che attende Biasi. Due inchieste separate ma simili: nella prima l’11 gennaio l’imprenditore delle caldaie sarà  in udienza davanti al gup, imputato per bancarotta preferenziale per il crac di Bluterma, di cui era presidente. Il secondo processo, slittato a febbraio per difetto di notifica, riguarda il fallimento di Bluradia, azienda consorella. Una condanna, anche solo in primo grado, rischia di costargli la poltrona, dato che, si legge all’articolo 7 dello statuto Cariverona, «la sospensione (dalle cariche) è obbligatoria in caso di condanna in 1° grado per delitto non colposo». È materia di giuristi valutare se l’accusa nella fattispecie rientri nella tipologia, ma a giudicare dalle cure di Biasi è comunque meglio non rischiare. Fin da metà  2010 Cariverona ha istituito una commissione tra elementi del cda e del consiglio generale per valutare un rinnovo dello statuto, commissione rifatta con le nomine di ottobre. Le sue analisi potrebbero portare a una modifica statutaria, anche in materia di requisiti di onorabilità  (piuttosto severi a Verona, rispetto alle normali prassi che prevedono misure analoghe solo dopo sentenze irrevocabili).


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