Camusso: “Se vincono i sì devi firmare” Landini: “No, è un voto sotto ricatto”

ROMA – «Maurizio, se resti fuori da Mirafiori e Pomigliano come difendi i lavoratori iscritti alla Fiom? Li lasci agli altri sindacati?». E’ in questa domanda di Susanna Camusso, leader della Cgil, al capo della Fiom Landini che, sul caso Fiat-Chrysler, si consuma, in una lunga telefonata mercoledì scorso, anche la frattura tra la confederazione rossa e la sua ala movimentista e di minoranza, quella dei metalmeccanici. Di fatto due sindacati costretti a convivere, separati in casa ormai da oltre un decennio.
La vertenza Fiat, però, può portare ora al redde rationem. Perché la linea oltranzista di Landini non è quella della Camusso. Che non condivide la scelta “aventianana” della Fiom sul prossimo (a metà  gennaio) referendum a Mirafiori sull’accordo separato; che non condivide il no senza ritorno pur se i cinquemila di Torino dovessero approvare l’intesa; che non condivide la richiesta di sciopero generale (non solo dei metalmeccanici) contro la Fiat; che non condivide, infine, la risposta di Landini alla sua domanda: «Anche le vertenze giudiziarie fanno parte degli strumenti sindacali per tutelare i lavoratori. Ci sono le leggi italiane e anche quelle europee dalla nostra parte». Un duello, con accuse reciproche di eccessiva attenzione alla politica, allo scenario e agli equilibri politici, anziché ai cambiamenti profondi che la globalizzazione ha imposto alla produzione e al ruolo dei sindacati. Dietro ci sono anche due storie sindacali diverse: perché nei primi anni ’90 Susanna Camusso, socialista, venne “estromessa” dalla Fiom, proprio dopo aver firmato un accordo con la Fiat, dall’allora segretario generale Claudio Sabattini di cui oggi Landini è l’erede più autentico.
Camusso: «Sostenete che il referendum debba essere il perno del rapporto tra sindacati e lavoratori. Bene. Perché allora non fare la battaglia per il no a Mirafiori? Ma poi se dovesse prevalere il sì dovete trovare un modo per gestire dall’interno l’accordo».
Nella telefonata il leader della Cgil non parla esplicitamente di “firma tecnica”, ma questa è la sua linea, sostenuta all’interno della Fiom dalla minoranza riformista di Fausto Durante. Se vince il sì, si firma per rientrare in fabbrica e da lì – «non da fuori come vuole proprio Marchionne», spiega Durante – manifestare le ragioni del dissenso. Camusso: «Maurizio, non puoi rischiare una doppia sconfitta». Landini: «Qui non ce n’è neanche una di sconfitta». Il leader della Fiom, infatti, ha scelto un’altra strada: «Il referendum è illegittimo, non posso riconoscerlo. Non si può chiedere ai lavoratori di rinunciare al contratto nazionale e anche diritti tutelati dalla legge. Non è un referendum: è un ricatto». E allora nessun “Comitato per il no” promosso esplicitamente dalla Fiom, ma solo un invito ai lavoratori a partecipare alla consultazione «per evitare di essere anche schedati dalla Fiat». Poi, vinca il sì o il no, si resta fuori.
Per ora. E’ una linea di resistenza quella della Fiom. Che a Corso d’Italia, sede della Cgil, appare come una strategia di autoconservazione dove gli interessi dei lavoratori rischiano di finire in secondo piano, di scolorire di fronte al protagonismo tutto di marca politica. L’estromissione era tra le opzioni considerate dalla Fiom tanto che a gennaio partirà  il nuovo tesseramento tra i lavoratori. E poiché alla Fiat non sarà  più possibile la trattenuta sindacale in busta paga perché i metalmeccanici della Cgil non ci saranno in azienda, l’idea è di trasformare il pagamento mensile della tessera in una sorta di cessione di credito che il singolo lavoratore fa alla Fiom attraverso la Fiat con tanto di oneri bancari. Ma non è questa la Cgil che vuole Camusso. Lo scontro, questa volta pubblico andrà  in scena a Chianciano l’11 e il 12 gennaio alla prima assemblea delle Camere del lavoro della Cgil. Tutto prima del referendum di metà  mese a Mirafiori. Un voto che farà  comunque da spartiacque nelle relazioni industriali.


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