Costa d’Avorio. La Repubblica di «Ado» Ouattara

KORHOGO (COSTA D’AVORIO), «Ma non ci interessa! Noi abbiamo già  un altro presidente!» dice Fanta (nome di fantasia) scuotendo le spalle. Mentre osserva l’investitura di Laurent Gbagbo, trasmessa in pompa magna dalla televisione nazionale, la donna alza le spalle e ripete che per lei il vincitore è uno solo: Alassane Dramane Ouattara.
Gli ivoriani del «Grande nord» sembrano aver scelto piuttosto l’arma dell’indifferenza e del distacco. Per le strade della città , sommerse dalla polvere dell’Harmattan, il vento del deserto, e percorse come al solito da un rumoroso stuolo di motociclette, la vita sembra continuare come sempre. Come se Abidjan, la capitale economica, fosse un altro mondo. Un altro Stato. E in effetti lo è.
Da otto anni la Costa d’Avorio si ritrova divisa in due. Ma, per la prima volta, quest’anno ha anche due presidenti. Nel 2002 una ribellione armata, che assumeva una serie di rivendicazioni del Nord del paese e del leader dell’opposizione Alassane Dramane Ouattara, prendeva il controllo della metà  Nord della Costa d’Avorio.
Dopo un lungo e travagliato processo di pace, che ha portato nel 2007 il giovane leader della ribellione, Guillaume Soro, a diventare Primo Ministro, ci si era illusi che le elezioni dello scorso 28 Novembre avrebbero segnato la fine di una lunga crisi e una tappa importante verso la riunificazione. Ma le manovre del presidente uscente Laurent Gbagbo, determinato a restare al suo posto a tutti i costi, hanno ripiombato il paese nel caos.
Secondo il presidente della Commissione elettorale indipendente (Cei) Youssouf Bakayoko, Ouattara avrebbe vinto le consultazioni elettorali con il 54,1% dei voti. Ma, per il Consiglio costituzionale, presieduto da un fedelissimo di Gbagbo, i risultati di sette dipartimenti del Nord dovrebbero essere invalidati a causa di frodi e la vittoria spetterebbe al presidente uscente. La missione delle Nazioni unite in Costa d’Avorio (Onuci), incaricata di certificare la correttezza del processo elettorale, ha dato ragione alla Cei e ha riconosciuto in Ouattara il legittimo capo di stato. Una sequenza di avvenimenti che ha portato la Costa d’Avorio nell’inedita situazione di un paese con due presidenti.
Bouaké, la seconda città  del paese per popolazione, è considerata la «capitale» dei ribelli delle Forces nouvelles. Ma, a giudizio di molti, il «cuore» della ribellione – e del sostegno a Ouattara – deve essere piuttosto cercato a Korhogo, un’agglomerazione di 200. 000 abitanti nel cuore della savana, a più di seicento chilometri dalla costa e da Abidjan.
Nonostante l’estrema povertà  e la durezza del clima, Korhogo mantiene una specie di fierezza, che forse deriva dall’attaccamento degli abitanti alle loro tradizioni, forse dall’eredità  del patriarca Gbon Coulibaly. L’ombra di Gbon, erede di una lunga dinastia di capi tradizionali ma soprattutto grande alleato di Félix Houphouet Boigny, il rimpianto primo presidente del paese, aleggia sulla città . Houphouet-Boigny e Gbon Coulibaly erano i pilastri simbolici di un regime che riusciva ad unire le popolazioni Baoulé del centro del paese e le popolazioni del Nord. Ma con la morte di Houphouet-Boigny l’equilibrio si è spezzato. E Korhogo è dovuta andare in cerca di un altro eroe.
Figlio di un capo tradizionale del Nord, nato al centro della Costa d’Avorio, cresciuto tra il Burkina Faso e gli Stati uniti e protagonista di una brillante carriera di tecnocrate internazionale, Alassane Dramane Ouattara, detto Ado, rappresenta per certi aspetti quello che la maggioranza degli abitanti di Korhogo – e di gran parte della Costa d’Avorio – non avrà  mai la possibilità  di essere: l’uomo cosmopolita e moderno, che si sente a casa a Washington e a Parigi, il «musulmano» che quando non è sotto i riflettori non disdegna un buon bicchiere di champagne, il protagonista di un chiacchierato matrimonio con la bella e bionda francese Dominique Folloroux.
«Alassane Dramane Ouattara è un “bianco”. Per fare politica bisogna essere immersi nella realtà  fino ai capelli, Ouattara è un uomo colto e intelligente, ma è troppo estraneo rispetto al “paese profondo”», dice di lui un giornalista che pure lo apprezza. Eppure questo ex funzionario sessantenne del Fondo monetario internazionale è a suo modo diventato un capo carismatico, un leader popolare. Merito anche di una intensa campagna elettorale in cui si è gettato anima e corpo e che lo ha portato a toccare gli angoli più sperduti del paese. I suoi passaggi a Korhogo sono stati sempre accompagnati da celebrazioni degne di un eroe nazionale e i suoi comizi nella città  di Gbon sempre affollati all’inverosimile.
Secondo Yao N’Dre e secondo una serie di compiacenti «osservatori elettorali africani» probabilmente al soldo di Gbagbo, gli abitanti di Korhogo sarebbero stati costretti a votare per Ouattara dalle intimidazioni e pressioni delle Forces nouvelles. Lo spettacolo che offriva la città  il 2 dicembre, all’indomani della conferenza stampa di Bakayoko, rivela però una realtà  ben diversa. Tra T-shirt raffiguranti «Ado», motociclette strombazzanti e in piena corsa, folle oceaniche nelle strade, in pochi minuti la città  esplodeva in un delirio di gioia per il «suo» presidente. Una gioia che sembrava accomunare gli abitanti di ogni sesso, età  ed estrazione sociale e che nessuna intimidazione avrebbe potuto mai fabbricare.
Ma che ne è stato, a qualche settimana dal voto della vittoria di Ado? Il presidente legittimo ha l’appoggio pieno e unanime della comunità  internazionale e dell’Onuci e Guillaume Soro si è schierato risolutamente dalla sua parte. Ma nel Sud del paese Gbagbo controlla l’esercito e le forze di polizia ed occupa, con il governo da lui nominato, i palazzi del potere. Ad Alassane è rimasto l’Hotel du Golf.
Questo albergo, da tempo sotto protezione dell’Onu e delle Forces nouvelles, è ormai entrato nella storia della Costa d’Avorio. Qui Guillaume Soro ha vissuto per anni come Ministro e poi primo ministro «ribelle» e Bakayoko è riuscito ad annunciare i risultati delle elezioni sottraendosi alle pressioni dei fedeli di Gbagbo. E qui, a partire dagli ultimi giorni della campagna elettorale, Ouattara e il suo staff hanno prudentemente deciso di trasferire il loro quartier generale.
All’indomani dell’annuncio dei risultati, in una delle sale dell’Hotel du Golf, Guillaume Soro rimetteva il suo mandato a Ouattara, che, conscio che i tempi necessitano un primo ministro dallo spirito di combattente, lo riconduceva nelle sue funzioni. Nel giro di poche ore nasceva la «République du Golf», con Ouattara presidente, Soro premier e tredici ministri.
Da allora i carri armati dell’Onuci stazionano permanentemente davanti all’entrata dell’albergo, un tempo frequentata solo da taxi e macchine di lusso. I corridoi ovattati dell’Hotel du Golf non sono mai stati così affollati: i ministri salgono e scendono dagli ascensori, membri delle Forces nouvelles convivono con le vecchie leve del Pdci, il partito unico dei tempi di Houphouet, guardie del corpo in mimetica e in borghese scrutano i passanti. Nessuna speranza di trovare una stanza vuota.
In condizioni normali, l’Hotel du Golf è un complesso lussuoso che, oltre all’unico campo da golf del paese, offre piscina, ristorante francese, spiaggia sulla laguna di Abidjan e circa 300 camere climatizzate arredate con eleganza e buon gusto. Ma, dal 16 Dicembre l’Hotel du Golf appare piuttosto una prigione dorata per lo sfortunato presidente legittimo e i suoi uomini. Dopo la provocazione lanciata da Guillaume Soro, che ha annunciato di voler marciare sulla televisione di stato, ormai ridotta a uno strumento di propaganda nelle mani di Gbagbo, e sulla sede del governo, le forze di sicurezza hanno circondato l’albergo, tagliandolo fuori dal resto del mondo. Atterrare con un elicottero nel giardino dell’albergo è diventato l’unico modo per accedere e per far arrivare scorte di cibo agli inquilini dell’albergo e alcuni ospiti di passaggio si sono ritrovati a dormire in giardino.
I giornalisti di Radio France Internationale, tra i pochi penetrati all’interno dell’albergo assediato, riferiscono di un’atmosfera surreale, nella quale gli uomini di Ouattara vivono nella perenne attesa. «La qualità  del cibo non è più quella di prima ma abbiamo il necessario per vivere. La mattina facciamo delle passeggiate per sgranchirci le gambe ma i nostri passatempi sono limitati» riferisce un consigliere del presidente.
Ma un altro uomo politico invita a guardare alla République du Golf in positivo, come un’occasione di crescita politica e morale per l’Rhdp, la coalizione che sostiene Ouattara. «Forse si vive meglio qui che in città … Abbiamo avuto dei nuovi amici, abbiamo trovato dei nuovi compagni…Credo che sia un’occasione che viene offerta all’Rhdp per formarsi nella solidarietà  e nella pace…. Sono pronto a restare per mesi qui all’Hotel du Golf».
Un momento di solidarietà  e coesione da non gettare al vento, dato che a lungo l’Rhdp è stata considerata un’improbabile coalizione di ex nemici.
L’Hotel du Golf sarà , come ha scritto un giornale vicino a Ouattara, la culla della nuova Costa d’Avorio, un luogo dove le future generazioni andranno in pellegrinaggio?
Il braccio di ferro tra Gbagbo e Ouattara è più duro che mai e il risultato è ancora tutto da vedere.


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