Il Natale rovinato dalla “monnezza” e tra le strade esplode la rabbia “Ora smettiamo di pagare le tasse”

NAPOLI – A pochi metri dalla Cattedrale, in via Duomo, la montagna di spazzatura quasi sfiora la freccia che indica la direzione per il Museo Diocesano. In via Pietro Colletta, poco dopo il vecchio Palazzo di Giustizia, sacchetti aperti e materassi abbandonati. Tapparelle abbassate in periferia. Cumuli nella zona flegrea e a ridosso del Vesuvio. Cartoline dal Natale nero di Napoli, umiliato dall’emergenza rifiuti. «Berlusconi aveva detto che in tre giorni avrebbe risolto tutto. Non ha chiarito però di quale anno», sorride amaro un ragazzo fermo in motorino lungo via Capodimonte, la sigaretta tra le labbra e l’immondizia intorno.
«Un Natale così non si era mai visto», allarga le braccia il procuratore capo Giandomenico Lepore. La tregua di Santo Stefano garantita dallo sforzo straordinario dell’esercito ha garantito un po’ di respiro soprattutto in centro dopo due giorni di crisi profonda. Ma in periferia e in provincia, la situazione resta drammatica. Racconta Donato Citarella, farmacista a Quarto flegreo, uno dei comuni maggiormente colpiti, che quest’anno le famiglie sono state costrette a cambiare le abitudini consolidate: «Ho una bambina piccola, ma uscire con il passeggino era impossibile, le strade erano invase dall’immondizia. Così siamo rimasti quasi sempre in casa, con le finestre chiuse per evitare il peggio. Eppure per i più piccoli il Natale rappresenta il momento più bello, è un peccato che il clima delle festività  sia stato guastato in questo modo». E i tre giorni di cui parlava Berlusconi? «Il premier aveva trasformato la soluzione della crisi rifiuti nel suo cavallo di battaglia – ragiona Citarella – ma questa volta i suoi spot si sono rivelati un boomerang».
Dice don Fulvio D’Angelo, parroco della chiesa dello Spirito Santo ad Arzano, popoloso comune a nord del capoluogo, che nella comunità  comincia a serpeggiare la rabbia. «L’impatto di questa nuova emergenza è stato fortemente negativo. La gente sperava che il peggio fosse finalmente alle spalle. Invece si è resa conto che la situazione è tornata quasi ai livelli di due anni fa». Il sacerdote, che era al vertice della parrocchia di piazza Zanardelli a Secondigliano quando nel quartiere infuriava la faida fra i clan della droga, aggiunge che oggi «tante persone manifestano forti resistenze a pagare la tassa sui rifiuti. Si stanno costituendo dei comitati per sostenere questa sorta di obiezione fiscale. Sia chiaro – sottolinea don Fulvio – per me le tasse vanno pagate. Il servizio però deve essere adeguato. E capisco come, agli occhi di molti cittadini, pagare per un servizio inesistente rappresenti qualcosa difficile da mandare giù. Quasi una presa in giro, ecco». Gli effetti di questa nuova emergenza rischiano di mettere in ginocchio l’economia e di lacerare ulteriormente un tessuto sociale già  fortemente disgregato. «Lavoro nei pressi della stazione, ho sentito i commenti di tanti turisti, tutti basiti da questa catastrofe», sottolinea Citarella. Mentre don Fulvio D’Angelo avverte che «in alcune zone la credibilità  dello Stato, intesa anche come enti locali e territoriali, è ormai inesistente. Le persone non credono più a quello che viene loro detto. È saltata la mediazione politica e questo spiega anche le motivazioni di alcune proteste». Ma accanto all’indignazione, c’è anche chi affronta questa crisi di Natale con stanchezza e rassegnazione che fanno sembrare le strade pulite quando ci sono ancora a terra oltre 1300 tonnellate di sacchetti. «Il rischio è che la gente si stia abituando all’immondizia – avverte il procuratore Lepore – mentre servirebbe uno scatto d’orgoglio da parte della popolazione».
Qualcuno invece ne approfitta per fare affari, altri semplicemente si lasciano andare scaricando tutto il possibile anche nei giorni di Natale, senza freni e senza orari. «Nella confusione e nell’emergenza viene fuori la parte peggiore della popolazione», commenta Cesare Moreno, uno degli animatori del progetto dei “Maestri di strada”. E afferma: «Ho visto con i miei occhi persone gettare un cesso in strada. A Chiaia, non in un quartiere degradato. I sotterranei del Centro direzionale sono invasi dai rifiuti provenienti da attività  commerciali o da enti pubblici. Via Gianturco, nella zona orientale della città , è stracolma di cartoni e contenitori gettati da commercianti». Pensare al futuro, secondo il procuratore Lepore, significa «prendere atto che il caso Napoli è un caso eccezionale che ha bisogno di provvedimenti eccezionali. Ma non di un nuovo commissariato straordinario – precisa il magistrato – perché quello ha già  dimostrato di non poter risolvere i problemi». Certo la realtà  è complessa se, come evidenzia don Fulvio D’Angelo, «la raccolta differenziata nella città  di Napoli continua ad essere attestata a livelli africani. Con tutto il rispetto per l’Africa». E allora Cesare Moreno invita a guardare al passato: «Durante l’epidemia di colera del 1973 ero in prima linea, sulle barricate. Ma il livello di vigilanza della popolazione era altissimo perché la gente aveva paura. Se ognuno, come allora, cominciasse ad assumersi le proprie responsabilità , forse la crisi farebbe meno paura».


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 Secondo il primo progetto presentato ad aprile e rimandato in Valutazione di Impatto Ambientale, il cantiere del pozzo esplorativo (che dal primo progetto sarebbe profondo 3.000 metri) avrebbe un perimetro grande quanto un campo da calcio; si troverebbe a 400 metri dalle abitazioni più vicine, a 600 dal campeggio comunale e a poco più di 700 dalle spiagge locali.

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