Il nemico dello Zar e la legge di Putin

La nuova condanna di Khodorkosvskij e del suo associato Platon Lebedev, emessa ieri dal tribunale di Mosca, va letta su questo sfondo. Nella Russia attuale l’unica opposizione legittima resta quella inoffensiva. Come quella di matrice liberale, che di tanto in tanto attrae i riflettori della stampa occidentale, non il consenso dell’opinione pubblica. Sette anni dopo essere finito in galera, l’ex patron della Yukos e finanziatore di alcuni gruppi avversi al regime resta ancora in cima al catalogo dei nemici pericolosi per il regime. Almeno secondo Putin.
La novità  è semmai che il presidente Medvedev – il “Robin” di “Batman-Putin”, nelle colorite definizioni della diplomazia Usa – si sia rifiutato di esprimersi sul caso Khodorkosvskij, a differenza del suo premier e apparente boss. E che addirittura uno dei consiglieri del presidente, Igor Jurgens, abbia ritenuto di chiedere l’assoluzione dell’exoligarca, poco prima della pronuncia del tribunale. Jurgens invocava «una sentenza che potrebbe considerarsi non solo giusta, ma anche pragmatica e razionale sotto tutti i punti di vista». In chiaro: liberando Khodorkosvskij, la Russia avrebbe compiuto un passo verso il primato della legge, così incoraggiando gli investitori esteri spaventati dalla sua fama di “Stato mafia”.
Invece no. Certo, rispetto al passato, le procedure sono state oggetto di maggior rispetto. Né mancano gli elementi per ritenere che Khodorkosvskij, come gli altri oligarchi che negli anni Novanta fecero man bassa dei bocconi migliori dello Stato sovietico, abbia sottratto risorse pubbliche, finite poi in banche o proprietà  occidentali. A scapito, fra l’altro, dei risparmi dei cittadini russi. Sicché l’idea di legittimare i furti passati resta indigesta a gran parte dell’opinione pubblica.
Ma con questo criterio tutti gli oligarchi che banchettarono all’ombra di Eltsin sarebbero dovuti finire in galera. Non è stato così. Putin ha salvato e in parte cooptato quelli tra loro che non avessero velleità  politiche. Mentre ha ostracizzato gli aspiranti rivali, magari dopo essersene servito per scalare il Cremlino. Tanto più se costoro gli apparivano in odore di intesa con gli Stati Uniti o altre potenze straniere. Così minacciando la ricostruzione della sovranità  statale, la sua prima priorità .
Khodorkosvskij non voleva solo arricchirsi, né concepiva il denaro come un fine in sé. Molto più, come uno strumento per costruire una Russia più liberale e democratica, aperta al mondo e amica dell’Occidente, di cui egli sarebbe stato il capo naturale. Le proteste di Hillary Clinton contro una condanna che «macchia la reputazione» della Federazione Russa confermano che gli Stati Uniti non l’hanno dimenticato.
D’altronde, talenti politici e fascino intellettuale non sono mai mancati a Khodorkosvskij. Ed è possibile che, quando mai uscisse dal carcere, sia tentato dall’idea di riprendere a tessere la sua tela. Anche se la sua causa non sembra commuovere l’opinione russa, piuttosto indifferente all’imperio del diritto.
Di sicuro il caso Khodorkosvskijsarà  in futuro un rivelatore del grado di dissenso fra Putin e Medvedev. Quest’ultimo continua a propugnare, almeno a parole, la necessità  di democratizzare il paese. Soprattutto, di affermarvi la rule of law. Per amore di giustizia? Forse, ma principalmente per favorire la modernizzazione di un Paese che stenta ancora ad emanciparsi dalla monocultura energetica. Forse anche per questo la signora Khodorkosvskij confessa di sperare che suo marito torni in libertà  dopo le elezioni presidenziali del 2012. Sempre che non le vinca Putin.


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