Khodorkovskij, 14 anni di pena

Mikhail Khodorkovskij uscirà  di carcere nell’ottobre 2017 – cent’anni esatti dalla Rivoluzione russa, chissà  se i simboli contano qualcosa in questa vicenda. Il giudice Viktor Danilkin ha terminato ieri la lettura delle centinaia di pagine che formano la sentenza a carico dell’ex padrone della Yukos (già  colosso petrolifero privato della nuova Russia, ora smantellato e inglobato in varie aziende di Stato) e del suo socio in affari Platon Lebedev, entrambi accusati di frode su larga scala, furto, riciclaggio e altri reati: ai due è stata comminata una pena di 14 anni di carcere, come chiesto dalla pubblica accusa. Da questi andrà  tolto il periodo (circa sette anni) già  trascorso dietro le sbarre in seguito a una prima condanna comminata nel 2005; per cui, conti alla mano, i due super-imputati del più clamoroso caso giudiziario della Russia post sovietica potranno tornare in libertà  nell’ottobre 2017, essendo stati arrestati nell’ottobre 2003. 
Il giudice Danilkin non ha evidentemente tenuto in alcun conto le ferree professioni d’innocenza ribadite continuamente da Khodorkovskij e Lebedev, né le testimonianze favorevoli (anzi, una è stata formalmente ritenuta «falsa») né alcuna circostanza attenuante (invero non ne sono state invocate dalla difesa, che non chiederà  neanche la grazia). Soprattutto, non ha tenuto in conto le fortissime pressioni a favore di Khodorkovskij esercitate in Russia da una consistente pattuglia di amici e «fan» dell’imputato e all’estero da una vera e propria campagna martellante che ha assunto le forme di una pesante intromissione negli affari interni russi, provocando un ovvio risentimento nei media e nell’opinione pubblica. E probabilmente ottenendo un effetto opposto a quello desiderato: non a caso il giudice concludendo la lettura della sentenza ha affermato che «non c’è modo per gli imputati di redimersi senza un serio isolamento dalla società », cioè dai propri sostenitori in patria e fuori.
In Occidente – o meglio, nelle cancellerie di alcuni paesi occidentali – la sentenza ha sollevato un grande scandalo. Americani, inglesi e tedeschi hanno immediatamente denunciato le «motivazioni politiche» della condanna, affermando che il giudice ha ubbidito non alla legge ma ai voleri del premier Vladimir Putin, per il quale la severa condanna inflitta a Khodorkovskij sarebbe un modo di «riaffermare il proprio ruolo di comando rispetto al presidente Medvedev», nonché una vendetta personale nei confronti dell’imputato, che aveva osato sfidarlo sia da libero, nel 2003, sia poi dal carcere siberiano dove era rinchiuso. Negli Stati uniti molti, soprattutto in alcuni ambienti politico-finanziari, chiedono che venga riesaminato il rapporto tra Washington e Mosca alla luce dell’«evidente disprezzo dei diritti umani» vigente nella Russia di Putin.
Ma a ben guardare, se è vero che il processo e la sua conclusione non si possono definire un limpido esempio di correttezza giuridica (le accuse sono state assurdamente «caricate», per esempio a proposito delle quantità  di petrolio che i due avrebbero sottratto e venduto in proprio), è altrettanto vero che il frastuono mediatico sollevato in Occidente appare molto pretestuoso. Infatti si è parlato di condanna «eccessiva» e «persecutoria», ma ben pochi si sono spinti fino a dire che l’imputato era innocente dei reati ascrittigli; e occorre ricordare che quando un tribunale americano ha condannato il finanziere Bernard Madoff a 150 anni di carcere per reati abbastanza simili a quelli contestati a Khodorkovskij nessuno si è stracciato le vesti per questo. E certamente nessuno si sarebbe stracciato le vesti se al posto di Khodorkovskij e Lebedev – che erano «liberali» e in grandi rapporti politici e d’affari con gli americani al momento del loro arresto – ci fossero stati altri due oligarchi qualsiasi, meno «occidentalizzanti» di loro.
Detto questo, è innegabile che Vladimir Putin abbia fino all’ultimo reso esplicito il proprio astio nei confronti di Khodorkovskij, facendone un pretesto per sottolineare le proprie differenze dal presidente Dmitrij Medvedev. Ancora la settimana scorsa, mentre Medvedev faceva sapere che avrebbe accolto positivamente una sentenza «soft», nella maratona televisiva in cui ha risposto a centinaia di telespettatori Putin ha ribadito che l’ex magnate «ha le mani sporche di sangue» (ma di questo la sentenza non parla) e che «i ladri come lui è giusto che stiano in carcere». Ancor peggio, il premier ha accennato anche a «un terzo processo» che potrebbe attendere Khodorkovskij nel prossimo futuro – quando né la Procura generale né altri inquirenti hanno ancora fatto parola dell’esistenza di altri reati…


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