La lunga marcia dei giovani patrioti

La crisi politica cui si assiste in questi giorni rischia di precipitare la Costa d’Avorio in un conflitto potenzialmente più pericoloso di quello apertosi, nel settembre 2002, con il tentativo di colpo di stato contro il presidente Laurent Gbagbo. Il risultato di quel putsch fallito fu la lacerazione del territorio nazionale in due parti. Quella settentrionale sotto il controllo dagli insorti delle Forces Nouvelles, che avevano denunciato l’esclusione di Alassane Ouattara -il rappresentante del «grande nord»- dalle elezioni del 2000; esclusione attuata col pretesto di una sua origine «straniera» in realtà  mai provata. La metà  meridionale del paese restava invece sotto la sovranità  del presidente Gbagbo, e sotto il controllo delle forze armate lealiste e dei jeunes patriotes del leader Charles Blé Goudé. 
Questi ultimi hanno difeso l’autorità  di Gbagbo e, a loro dire, «la sovranità  nazionale», opponendosi a tutte le iniziative di mediazione che la Francia, ex-potenza coloniale, ha tentato di operare riconoscendo gli insorti come interlocutori politici e controparte legittima. Perlopiù ex militanti della federazione degli studenti (Fesci), i «giovani patrioti» hanno agito in collegamento con le «milizie di autodifesa», ma anche attuando la loro efficace «politica della strada»: manifestazioni, sit-in di protesta, attacchi a strutture, a proprietà , a volte alle residenze stesse dei cittadini francesi presenti nel paese. Soprattutto, i jeunes patriotes hanno dato vita a un movimento violentemente nazionalista e anticoloniale, diffondendone i messaggi attraverso una fitta rete di assemblee patriottiche permanenti , chiamate «agorà », attive in ogni quartiere di Abidjan e nelle principali città  meridionali del paese. 
Nei discorsi tenuti in questi spazi pubblici, l’insurrezione delle Forces Nouvelles è stata denunciata come l’esito di un complotto straniero, finalizzato alla predazione delle risorse nazionali. La Costa d’Avorio è infatti nota per essere un paese ricco relativamente al proprio contesto regionale, così com’è nota a tutti – e ben viva nella coscienza degli ivoriani – la sua condizione di post-colonia mai del tutto emancipata dal peso degli interessi economico-politici della Francia. 
Le agorà  e i complotti stranieri
Le Forces Nouvelles, per bocca del loro leader Guillaume Soro avevano denunciato l’esclusione dei loro corregionali settentrionali dalla rappresentanza politica e, di fatto, da un piena cittadinanza. Avevano denunciato l’assimilazione – operata dai nazionalisti con la loro retorica della «autoctonia» – dei «nordici» agli immigrati provenienti (in realtà  spesso alcune generazioni fa) da paesi limitrofi come il Burkina Faso, la Guinea o il Mali. Un’assimilazione discriminatoria, sintetizzata dalla designazione di entrambi (stranieri e settentrionali) in un’unica categoria sociale, quella dei «Dyula». In realtà  però, nella loro occupazione e governo della metà  settentrionale del paese, i miliziani delle Forces Nouvelles hanno inflitto alle popolazioni locali esazioni e violenze che hanno facilitato la propaganda dei jeunes patriotes. Così, nelle «agorà » e nei media governamentali, l’azione degli insorti è stata rappresentata come esito di un complotto «straniero» e «coloniale». Un complotto nel quale svolgerebbe un ruolo cruciale l’appropriazione della cittadinanza nazionale: gli insorti avrebbero voluto garantirla agli stranieri residenti nel paese; questi ultimi, accedendo al voto, avrebbero dato il proprio consenso a Alassane Ouattara. 
Al di là  del carattere fantasmatico di ogni complotto, bisogna tenere presente che quello immaginato dai patrioti ivoriani rielabora alcuni elementi storici fondamentali per capire il presente politico. La carriera di Ouattara si è svolta all’estero fino all’inizio degli anni ’90, nel quadro d’istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la la Banca centrale degli stati dell’Africa occidentale (Bceao). Nel 1990 Ouattara fu praticamente imposto da questi organismi al presidente Félix Houphouà«t-Boigny, che lo accettò come primo ministro pena la sospensione dei prestiti. Ouattara, che non aveva alcun radicamento politico locale, fu il promotore e l’autoritario guardiano di un processo di aggiustamento strutturale che costò lacrime e sangue agli ivoriani; fu il primo, inoltre, ad introdurre la famigerata «carte de sejour» che produceva nella società  ivoriana un dispositivo d’identificazione degli «stranieri», esponendoli ad esazioni e discriminazioni di vario tipo. Fino a quel momento, per una prassi ereditata dal panafricanismo paternalista di Houphouà«t-Boigny, tutti i cittadini degli stati membri della Comunità  degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao-Ecowas) avevano potuto vivere liberamente in Costa d’Avorio, finendo così per rappresentare più di un quarto della sua popolazione e per contribuire in modo rilevante al suo «miracolo economico», soprattutto nella produzione del cacao di cui il paese resta il primo produttore mondiale. Bisogna ricordare, inoltre, che il regime di Houphouà«t-Boigny concedeva il voto agli stranieri su base clientelare, distribuendo certificati elettorali prima di ogni periodico plebiscito a favore del presidente. Tale pratica è stata riproposta peraltro anche nel corso delle prime elezioni multipartitiche, quando Laurent Gbagbo – allora all’opposizione con il suo Front Populaire Ivorien (Fpi) – ha denunciato pubblicamente l’uso degli stranieri come «bestiame elettorale».
Le accuse all’Onu e alla Francia
Da qui l’atteggiamento paranoico e propagandistico con il quale l’Fpi e i jeunes patriotes hanno cercato di controllare, dopo gli accordi di Ouagadougou del 2007, la messa in piedi di un dispositivo istituzionale di certificazione della nazionalità , nonché la susseguente distribuzione dei certificati elettorali gestita dalla Cei, la «commissione elettorale indipendente» voluta dagli accordi stessi. I jeunes patriotes hanno paventato un’ingerenza indebita della Francia e dell’Onu nello svolgersi dei processi di accertamento della nazionalità  e del diritto al voto, con il conseguente arruolamento fraudolento di stranieri, i cui nomi e cognomi sono perlopiù indistinguibili da quelli dei cittadini delle regioni settentrionali. Il presidente della Cei Beugré Mangbé è così stato fatto oggetto di una campagna di stampa «patriottica», dove è stato dipinto come figura non sopra le parti, ma al soldo di Alassane Ouattara e del complotto internazionale diretto dalla Francia. Si sono così preparate le basi per la delegittimazione di eventuali risultati sfavorevoli a Gbagbo, aggiungendovi poi, dopo il voto, la denuncia delle pressioni e violenze subite dai sostenitori di Gbagbo nei territori ancora oggi controllati dalle Forces Nouvelles. I patrioti hanno taciuto, però, le intimidazioni subite dai sostenitori di Ouattara nelle zone rurali dell’ovest, dove l’Fpi è maggioritario.
La vittoria di Ouattara, che durante la campagna elettorale si è esplicitamente connesso alla tradizione politica houphouettista, ripropone dunque nel presente il fronteggiarsi di due schieramenti che si sono già  affrontati in passato: ad opporsi al riconoscimento del risultato elettorale non sono infatti solo Laurent Gbagbo e il suo partito Fpi, ma anche quei jeunes patriotes che Ouattara in qualità  di primo ministro aveva già  represso all’inizio degli anni ’90, quando erano militanti della Fesci e manifestavano per il diritti degli studenti e delle opposizioni. La situazione attuale è tanto più pericolosa in quanto, negli ultimi sei anni, Gbagbo ha favorito un processo di reclutamento, nell’esercito nazionale e soprattutto nelle forze di sicurezza (polizia, gendarmeria e corpi speciali), di molti «giovani patrioti» distintisi per la loro militanza. Questi nazionalisti in uniforme sono pronti a rispondere a tutto ciò che essi considerano un attentato alla sovranità  nazionale, e l’accesso di Ouattara alla presidenza viene certamente considerato tale. 
È fondamentale considerare il fatto che, in questi anni di crisi, una nuova generazione di «giovani» si è stabilmente insediata al centro dello spazio politico ivoriano, sovvertendo l’ordine gerontocratico preesistente. Guillaume Soro, il primo ministro nominato da Ouattara dopo la vittoria, è stato un segretario nazionale della Fesci prima di abbracciare la strada dell’insurrezione armata con le Forces Nouvelles. Sul fronte opposto, Charles Blé Goudé, il leader indiscusso dei jeunes patriotes, nominato ministro della gioventù nel governo Gbagbo, si considera certamente come il successore di quest’ultimo alla presidenza. Lui e le migliaia di «giovani patrioti» -delle agorà , delle milizie e di quel vasto insieme di gruppi che viene designato in Costa d’Avorio come «la galassia patriottica» – non hanno alcuna intenzione di abbandonare posizioni, e riconoscimenti faticosamente conquistati nelle lotte di questi anni. In gioco, per tutti, c’è un futuro immaginato di liberazione e di prosperità  individuale e collettiva, per «la nazione» ma anche per sé. 
Il rifiuto di Laurent Gbagbo di accettare il responso elettorale rappresenta dunque, in questo momento, la parte più visibile di un processo storico-sociale che non riesce a trovare un esito possibile nelle maglie della democrazia rappresentativa. 
*Ricercatore in antropologia culturale all’Università  di Siena


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