«Basta ricatti dall’Azienda, la sinistra non sia subalterna ai poteri economici»

TORINO. Il clima non c’è perché la fabbrica è chiusa. Fino al 10 gennaio i lavoratori delle Carrozzerie di Mirafiori saranno in cassa integrazione. Se fosse aperta sarebbe cupo, grigio. Non solo tra gli irriducibili della Fiom ma anche tra chi ai cancelli abbassa la testa e corre a cambiarsi prima di iniziare il proprio turno. Sono le telefonate tra i colleghi per gli auguri di buon anno a dare il senso dell’incertezza e della rabbia che vivono in questi giorni gli operai. «Non ce n’è una – racconta Rino Mercurio, dal 1987 alle Carrozzerie – che non si chiuda con un interrogativo che riguarda il proprio futuro». Ancora più in bilico, fragile e senza diritti, dopo il doppio colpo di Sergio Marchionne: prima l’intesa a Mirafiori e poi il via libera alla newco campana. «Pomigliano è il compimento di un percorso che accoglie tutti gli elementi peggiorativi dell’intesa su Mirafiori (l’eliminazione delle Rsu e l’uscita dal contratto nazionale). Non siamo in una fase transitoria, ma già  in un altro sistema di regole. E molti non se accorgono» dice Federico Bellono, segretario Fiom Torino. 
Tra quelli che lavorano alla catena di montaggio, la differenza non è fra chi vuole l’investimento e chi ne farebbe a meno. «Tutti lo chiediamo, ma c’è chi non vuole cedere a un ricatto. Chi non ci sta a essere trattato al pari di un automa, senza diritto di parola e di rappresentanza. È un attacco alla democrazia che passa nel silenzio, purtroppo anche di certa sinistra», racconta con amarezza Nina Leone, operaia alle Carrozzerie. L’ambivalenza del Partito democratico disorienta. «Lo dico da iscritto, spiace sentire il candidato a sindaco Piero Fassino affermare che voterebbe sì al referendum» sottolinea Pino Capozzi, impiegato, licenziato la scorsa estate dalla Fiat per aver inviato una mail di solidarietà  ai lavoratori di Pomigliano e reintegrato dal Tribunale del lavoro a ottobre. «Le posizioni del Pd – spiega Bellono – rappresentano l’indeterminatezza che caratterizza la sinistra politica. Ancor di più a Torino (le dichiarazioni del sindaco Chiamparino e di Fassino) dove non è quasi mai riuscita a emanciparsi da una costante subordinazione all’azienda. Un’incapacità  di autonomia oggi ancor più ingiustificabile, dato che le mire del Lingotto sono ormai lontane dall’Italia». 
I lavoratori torneranno in fabbrica tra il 10 e il 12 gennaio. Prima quelli della Mito, poi due giorni dopo saranno operative anche le linee di Musa e Idea. Da subito la Fiom organizzerà  assemblee per spiegare i termini dell’accordo separato e darà  vita a un presidio costante davanti ai cancelli dello stabilimento. Poi, prima dello sciopero del 28 gennaio, sarà  la volta del referendum sull’intesa, che potrebbe svolgersi intorno al 18 gennaio. La Fiom, come hanno precisato più volte Maurizio Landini e Giorgio Airaudo, lo considera «illegittimo» e non sarà  lei a costituire i Comitati del no, che saranno invece promossi dai lavoratori, anche dalle stesse Rsu della Fiom, che sperano di ribaltare le previsioni. 
«Con il nuovo accordo – spiega Nina Leone – le condizioni psicofisiche di molti di noi peggioreranno, vedrete quanti tunnel carpali, quante tendiniti…». A Mirafiori l’età  media tra gli operai è 47 anni. «Difficile si riesca a sostenere i ritmi imposti da Marchionne», dice Rino Mercurio, delegato Fiom, che poi aggiunge: «Siamo in preda a un lavaggio del cervello. Non è vero che avremo aumenti in busta paga, i 3 mila 700 euro lordi in più l’anno sono dovuti all’introduzione del turno di notte». Attualmente a Torino si lavora su due turni di 8 ore al giorno per cinque giorni alla settimana, l’intesa sottoscritta il 23 dicembre prevede invece l’inserimento del turno di notte su cinque giorni lavorativi e su sei giorni compreso il sabato.


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