Nella valle senza crisi

Nelle Marche, tra l’Adriatico e i monti Sibillini c’è un’Italia che ha già  battuto la recessione. Ecco come c’è riuscita
“Il nostro segreto? Crediamo nei nostri prodotti ma soprattutto nel capitale umano”. Non hanno mai delocalizzato. Per gli imprenditori del posto è una “bestemmia”. Cassa integrazione, mobilità , licenziamenti sono rimasti fuori dalla valle. I giovani sono riusciti a conquistare ruoli chiave all’interno delle fabbriche. A gennaio nascerà  una scuola di formazione per chi vuole lavorare la terra 

JENNER MELETTI - la Repubblica Sergio Segio • 15/12/2010 • Buone pratiche e Buone notizie • 216 Viste

CAMPOFILONE (FERMO). C’è una bella Italia, in questa Val d’Aso. Il contadino che produce frutta sciroppata, l’industriale che fa milioni di scarpe e l’altro che manda la sua pasta all’uovo nei negozi di New York, assieme all’uomo che solo in questa valle raccoglie 1,2 milioni di uova al giorno, parlano la stessa lingua. «Dalla crisi si può uscire. Anzi, noi ne siamo già  usciti. Il segreto? Crediamo nei nostri prodotti ma soprattutto nel capitale umano. Per noi “delocalizzazione” è una bestemmia. Non puoi lasciare a casa dalla sera al mattino chi ha costruito la tua ricchezza. Per fare scarpe buone ci vogliono buoni artigiani. Per fare la pasta buona servono farina e uova di prima scelta. La Val d’Aso ha le risorse e gli uomini giusti: basta valorizzarli e tenere presente che le eccellenze vanno pagate il giusto prezzo».
Inizia sulle spiagge dell’Adriatico, la Val d’Aso, e finisce sulle cime dei monti Sibillini. «Made in Italy» qui non è un’etichetta ma una religione e «crisi» è una parola che può essere anche positiva. «La crisi può fare tornare in valle i giovani che sono andati a cercare lavoro lontano da qui e, con la laurea in tasca, rispondono al telefono nei call center». Luca Monaldi, della F. lli. Monaldi di Petritoli (in questa e altre valli produce 4,5 milioni di uova al giorno) ha fatto affiggere decine di manifesti.
«Hai un terreno a disposizione? Possiedi un capannone inutilizzato? Hai almeno tre ore da destinare al lavoro? Il nostro gruppo sta ricercando partners». «Io sono convinto – dice Luca Monaldi – che lavorare in campagna sia più dignitoso che andare a fare fotocopie negli uffici. Bisogna però assicurare un reddito. Noi, in tre anni, vogliamo chiudere tutti gli allevamenti in gabbia e mettere le galline a terra. I capannoni vuoti servono per i nidi e il ricovero notturno. Un allevatore che ospiti 15-20.000 galline avrà  un reddito più che doppio rispetto a un operaio o impiegato in fabbrica. Le “Galline della Val d’Aso” avranno un loro marchio e ci sono tanti progetti per trasformare la pollina in biomassa, per allevamenti a basso impatto ambientale, costruiti in legno, con pannelli fotovoltaici sui tetti… Progetti che sono diventati e stanno diventando posti di lavoro, mestieri di cui potersi vantare con gli amici».
Cassa integrazione, mobilità , licenziamenti sono rimasti fuori dalla valle. «L’imprenditore bravo – dice Enzo Rossi, titolare de La Campofilone, pasta all’uovo, e vice presidente della Confindustria di Fermo – è quello che quando vede il cielo sereno si compra l’ombrello. Solo quando le cose vanno bene e guadagni puoi fare investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nella formazione. Così quando arriva la crisi sei preparato. Nel mio settore, dal settembre del 2009 al settembre 2010, nella grande distribuzione e nei negozi c’è stato un calo del 15% e noi invece siamo cresciuti del 20%. In Italia la crisi è arrivata più tardi e ancora è pesante. All’estero è arrivata prima e sta passando, e noi – che ci siamo fatti conoscere negli Stati Uniti e in mezzo mondo – adesso vendiamo la nostra pasta nei Paesi dove già  c’è la ripresa».
Enzo Rossi, nel 2007, dopo avere provato a vivere per un mese con lo stipendio di un operaio, ha deciso di aumentare il salario ai dipendenti di 200 euro netti al mese. «Io e gli altri della valle in fondo siamo tutti di origine contadina e il contadino ha una propria etica: rispettare, e pagare, il lavoro di chi lo aiuta. Per la mia pasta esigo un grano perfetto e lo pago 25 euro al quintale contro i 22,50 del prezzo di mercato. Le uova – tutte galline libere a terra – le pago 1,80 euro al chilo contro euro 1,05 pagate da altri industriali. Ovviamente per i miei dipendenti l’aumento del 2007 è ancora in busta paga. Avevo 17 operaie e adesso ne ho 22. Sto preparando una nuova linea di produzione e assumerò altre persone. Ad Amatrice, nel Lazio, sto aprendo un’azienda per produrre “La pasta di Amatrice”, perché anche lì il grano è buono e l’acqua è eccellente. Cinque o sei assunzioni all’inizio, che potranno diventare 25 in tre anni».
Ma non bisogna mai dimenticare, anche quando il sole splende, di «comprare l’ombrello». «A gennaio nascerà  l’Accademia della Val d’Aso, una scuola di formazione per chi vuole lavorare la terra. Una volta non c’era bisogno di una scuola. Non c’era la tv, e i vecchi a tavola raccontavano ai giovani come si fa un innesto, qual è la luna giusta per il vino… Sarà  una scuola dove assieme ad agronomi, biologi, economisti, ci saranno i contadini che sono riusciti a restare qui e hanno tante cose da insegnare».
Sergio Catalini, dell’omonima azienda agricola di Ortezzano con «produzione propria e vendita frutta fresca e sciroppata», sarà  uno di questi insegnanti. «La frutta non veniva pagata nulla e allora ho pensato: mia moglie Ivana prepara la frutta sciroppata per noi, per passare l’inverno. Possiamo produrne di più, e venderla. All’inizio è stata dura, con tutte le regole e norme da rispettare. Oggi ci va bene: riusciamo a trasformare e mettere sul mercato 12.000 vasi all’anno. Tutto come una volta: frutta sbucciata a mano, il calderone, il fuoco, poi i vasi sono sterilizzati a bagnomaria. L’unica macchina che ho è mia moglie ma ormai l’ho ammortizzata». Bisogna guardare la valle all’ora del tramonto, per capire l’innamoramento di chi abita qui per la propria terra. Nell’ultimo sole appaiono il bianco delle onde dell’Adriatico e il bianco della neve dei Sibillini. Tutti parlano della valle come fosse una madre. Sotto i Sibillini c’è un «giacimento» di tartufi bianchi e neri, e scendendo si trovano le colline con le viti del sangiovese e del montepulciano, poi quelle della passerina e del pecorino… In valle le pesche, le mele, le albicocche, le susine. «In fondo – dice Guglielmo Massucci, assessore provinciale all’agricoltura – siamo stati fortunati perché non abbiamo mai avuto un politico importante: avrebbe portato qui, con i soldi della Cassa del Mezzogiorno, grandi imprese o multinazionali che, come è successo in altre valli, dopo avere ricevuto i soldi pubblici e devastato il territorio sono andate a produrre in Romania o in Cina».
Nella valle, da Pedaso e Comunanza, ci sono venticinquemila abitanti. Dopo l’ultima guerra erano 40.000. Ma altri potranno ritornare. A Comunanza, ad esempio, Enrico Bracalente, amministratore unico della Nero Giardini (111 milioni di fatturato nei primi sei mesi 2010, con un aumento del 13,3%) ha riaperto, con la Giardini Style, il maglificio Santa Lucia, in crisi perché i grandi marchi che commissionavano il lavoro erano andati all’estero. «Abbiamo assunto – dice – le persone che erano nel maglificio e altre ne stiamo assumendo. I nostri progetti sono importanti. Entro il 2015, in questa e altre valli delle Marche basse, vogliamo arrivare a un fatturato di 100 milioni, con produzione di 2 milioni di capi “total look” – pantaloni, camicie, maglioni… – e per ottenere questo obiettivo avremo bisogno di 1.000 persone. Ho scelto di fare un “made in Italy” vero, e ci riesco perché investo nel capitale umano. Chi lavora per te, e contribuisce al tuo successo, ha il diritto di non essere deluso. Sto male, quando sento che un’azienda come la Omsa dalla sera alla mattina manda a casa centinaia di operai. Chi va all’estero non è un imprenditore ma un opportunista».
Ogni settimana Enrico Bracalente va a incontrare i ragazzi di una scuola media inferiore. «Dico loro che non è obbligatorio fare il liceo. Ci sono ottimi istituti tecnici e professionali che insegnano un mestiere. Chi riuscirà  a diventare imprenditore potrà  poi assumere gli amici diventati ingegneri, biologi o architetti. Io credo nei giovani. Il direttore di produzione delle mie fabbriche ha 34 anni, e fa questo lavoro da quando ne aveva 25. E credo in questa nostra Italia. Delocalizzare è assurdo, perché solo qui puoi trovare quelle eccellenze che ti permettono di costruire un prodotto eccellente. Ho passato anni in cui mi sentivo umiliato. Sembrava che gli affari si facessero solo con la new economy e con la finanza virtuale. Tiscali capitalizzava più della Fiat e mi chiedevo: dove potrò arrivare, io che semplicemente fabbrico scarpe?».
Poi le cose sono cambiate. Il gruppo prevede un fatturato di 230 milioni alla fine dell’anno e 500 milioni entro il 2015. «Io guardo la realtà  della Germania. Lì nel 2003 è scoppiata la crisi dell’auto e allora imprenditori, governo e sindacati si sono messi attorno a un tavolo a discutere seriamente. Il risultato? Oggi la Germania produce 5,5 milioni di auto e in Italia se ne fanno 500.000. Sono riusciti ad affrontare anche la crisi dell’ex Germania dell’Est. Pure noi italiani, senza cercare terre lontane, abbiamo una Germania dell’Est: è il nostro Sud. Io ci ho lavorato e ho dovuto venire via perché non c’è legalità . Lo Stato deve intervenire. Solo allora avremo un altro pezzo d’Italia che potrà  produrre eccellenze». Senza navi o aerei che portino qui un «Made in Italy» costruito a diecimila chilometri dalla Val d’Aso.

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