Quei politici e sindacalisti senza fabbrica in pochi alla prova della catena di montaggio

Andate a lavorare. Si fa presto a dirlo, ma quanti predicano senza averlo fatto? Nell’ultima polemica del 2010, quella tutta a sinistra tra sindacalisti e politici su chi possa vantare i calli alle mani, non sono molti coloro che riescono a far coincidere le posizioni pubblicamente assunte con la biografia. «Molti politici che dicono ai lavoratori di Mirafiori che cosa votare al referendum dovrebbero immaginare che cosa farebbero loro se lavorassero in fabbrica»: la provocazione di Maurizio Landini, segretario della Fiom, ha scoperchiato un autentico vespaio. E naturalmente la discussione su chi abbia lavorato e dove, ha finito per prevalere su quella originaria sugli accordi separati di Pomigliano e Mirafiori. E allora andiamo fino in fondo, a spulciare siti internet e sacri testi per capire che cosa hanno fatto nella vita i protagonisti dell’ultima rissa mediatica. Bisogna premettere che anche quelli del sindacalista e del politico sono mestieri e che non si può circoscrivere il mondo del lavoro alle catene di montaggio. Ma quanti tra coloro che fanno o hanno fatto la storia della sinistra si sono sporcati le mani di grasso in fabbrica o nei cantieri?
Non moltissimi. Tra i fortunati c’è il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che negli anni ’60 era «manovale in un cantiere edile della Val di Sangro», come si legge sulla sua biografia. Non è la catena di Cipputi ma è certamente un lavoro faticoso. Un’esperienza di lavoro manuale ce l’ha anche il suo collega Luigi Angeletti, leader della Uil, che ha lavorato per lungo tempo presso la «Omi», un’azienda metalmeccanica di Roma. Diversa la biografia di Susanna Camusso che è arrivata alla Cgil occupandosi, per la Flm, dell’istruzione degli operai con il progetto delle 150 ore a Milano. Un percorso analogo a quello di Giorgio Cremaschi, su posizioni antitetiche a Camusso nella Cgil, ma anch’egli nato sindacalista con le 150 ore della Flm. Chi ha lavorato in fabbrica ma dietro una scrivania è l’ex impiegato Pirelli Sergio Cofferati, colletto bianco come l’ex ministro del Lavoro del Pd Cesare Damiano, impiegato alla Skf.
Se «fare il giornalista è sempre meglio che lavorare» (Luigi Barzini), allora risultano nullafacenti diversi esponenti della sinistra a cominciare da Nichi Vendola, che pure si sta spendendo a favore delle tesi della Fiom. Mentre sono certamente da annoverare nel partito di chi si è fatto le ossa in fabbrica l’apprendista saldatore Maurizio Landini e il suo predecessore alla guida della Fiom, l’operaio chimico Gianni Rinaldini.
Se la prende «con quelli della Fiom che non hanno mai strappato un filo d’erba in vita loro», Sergio Chiamparino. Ma lui stesso, nella biografia sul sito, ammette di non aver mai svolto un vero e proprio lavoro manuale: «I classici lavoretti da studente». Piero Fassino, che potrebbe succedergli a Torino come sindaco, narra nella sua biografia di essere passato direttamente dall’università  al partito. A ben vedere quelle dei calli alle mani non sono stimmate così necessarie per potersi esprimere sulla vita degli operai in fabbrica: Giuseppe Di Vittorio era bracciante e in fabbrica non aveva mai messo piede. E anche Antonio Gramsci, pur avendo fondato il Pci, non ha mai lavorato in linea: a sua “discolpa” va detto che trascorse più di dieci anni nelle carceri fasciste. E forse questa è una prova più dura della catena di montaggio.


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