“Yara uccisa, il corpo nascosto” l’uomo in cella: non sono stato io

Brembate sopra – Una frase in arabo – «Allah, perdonami, non l’ho uccisa io, non l’ho uccisa io» – pronunciata al telefono nell’attesa di iniziare una conversazione, poco prima di salpare dal porto di Genova. E un’altra intercettazione (non ancora confermata) in cui chiede, forse alla moglie, di gettare una scheda telefonica compromettente. Sarebbero questi alcuni dei gravi indizi che inchiodano Mohamed Fikri, il 22enne marocchino fermato sabato sera su una nave al largo di Sanremo con l’accusa di aver partecipato all’omicidio, al sequestro e all’occultamento del cadavere di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa dal 26 novembre a Brembate Sopra, in provincia di Bergamo. L’uomo, però, potrebbe anche non essere l’autore materiale del delitto – sempre che di questo si parli – e potrebbero esserci altre persone coinvolte. La notizia del fermo di un complice italiano è stata smentita. Ma le indagini non sembrano puntare solo su Mohamed.
Il blitz sulle acque del mar Ligure aveva fatto pensare, ieri, a un’imminente svolta nelle indagini e al ritrovamento rapido del cadavere della ragazza. Ma così non è stato: una battuta di ricerca in un bosco sulla collina di Ambivere, paesino bergamasco a pochi chilometri da Brembate e ancor più vicino al cantiere del centro commerciale di Mapello sulla quale si erano concentrate le ricerche dei detective dopo che i cani li avevano portati lì, non ha portato ad alcun risultato. Eppure sembrava una ricerca mirata, frutto di una segnalazione ben precisa legata ai nuovi sviluppi investigativi. Forse, in realtà , si tratta di un’indicazione diversa, del tutto indipendente.
Davanti al pm Letizia Ruggeri che lo ha interrogato in carcere, Fikri ha negato tutto. Ma non è rimasto zitto: ha fornito spiegazioni per molte delle accuse che gli sono state rivolte. In particolare, ha detto che non stava preparando alcuna fuga all’estero: la sua partenza era già  programmata da tempo. L’uomo a giugno s’era trasferito a Montebelluna, in provincia di Treviso, dove viveva in un caseggiato con altri immigrati nella multietnica piazza IV novembre, ha lavorato come muratore nel cantiere di Mapello per una ditta di subappaltatori padovani fino alla mattina di sabato 27 novembre, il giorno dopo la scomparsa della ragazza. Le ferie le aveva concordate con il suo datore di lavoro padovano, che quel giorno lo ha accompagnato a Montebelluna su un furgone bianco (simile a quello su cui si stanno concentrando le indagini degli investigatori in questi giorni).
Quando i cani portano gli investigatori nel cantiere, Mohamed è uno dei pochi che mancano all’appello. E per questo – e per qualche altro indizio che la procura non vuole rivelare – il suo telefonino viene messo sotto controllo. A Montebelluna, intanto, arrivano da Bergamo i carabinieri in borghese e raccolgono informazioni sul suo conto. E scoprono che sta per lasciare l’Italia. Pochi minuti prima della partenza in nave, quella frase sospetta fa scattare il blitz, (che in un primo momento, per un equivoco dovuto a un caso di omonimia, avviene sulla nave sbagliata).
Quelle parole il marocchino le spiega come frutto di un malinteso nella traduzione: sarebbe stato solo il passaggio di una preghiera. Il biglietto per Tangeri, ha detto inoltre il sospettato, l’aveva comprato lunedì mattina a Montebelluna: il viaggio lo aveva organizzato con il cugino – che avrebbe confermato – con rientro previsto a febbraio. Ora il pm Ruggeri e il procuratore aggiunto Massimo Meroni stanno valutando la richiesta di convalida del fermo, punto di partenza di un’indagine che potrebbe portare a individuare altri responsabili. L’uomo potrebbe comunque aver visto o saputo qualcosa in più sul mistero che tiene con il fiato sospeso una famiglia e un intero paese.


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