Strasburgo dice no alla schiavitù moderna

II Centrodestra battuto sul «Permesso unico di lavoro e residenza»

 A sorpresa il Parlamento europeo boccia le norme della «Bolkestein 2», che avrebbe finito per discriminare proprio i soggetti che intendeva proteggere, creando braccia straniere low-cost

Alberto D'Argenzio - il manifesto Sergio Segio • 15/12/2010 • Buone pratiche e Buone notizie • 165 Viste

BRUXELLES. Era partita come una direttiva utile per gli immigrati, almeno nelle intenzioni di facciata, ed è finita per diventare un mostro di discriminazione tanto da meritarsi il soprannome di Bolkestein 2, il ritorno del dumping. La direttiva sul permesso unico di lavoro e di residenza per i lavoratori immigrati, che pretendeva dare pari diritti a chi è comunitario e a chi non lo è, è stata bocciata ieri, non senza sorpresa, dal Parlamento europeo. Dopo una votazione lunga e complessa, modulata su decine di emendamenti, alla fine Strasburgo ha detto no: 350 voti contrari al rapporto firmato dalla popolare francese Veronique Mathieu, solo 306 a favore e 25 astensioni. «Sono sorpresa – ha affermato a caldo, con candore e un pizzico di rabbia, la Mathieu -: i liberaldemocratici non hanno rispettato i patti e hanno votato contro». «Questa norma, per come era stata presentata dalla Commissione Ue – ribatte il socialista spagnolo José Cercas, relatore per la Commissione lavoro – produceva lavoratori low cost, distruggeva il principio di uguaglianza tra lavoratori di dentro e fuori la Ue».
Ieri metà  dei liberali si sono sfilati dal testo e così la maggioranza di centro destra si è sciolta su un testo che la Commissione aveva proposto come iniziativa «buona», pensata per dare ai lavoratori immigrati gli stessi diritti sociali di quelli comunitari. In realtà  il testo presentato nel 2007 dall’allora commissario europeo a Giustizia e Interni Franco Frattini (una prima direttiva era stata lanciata nel 2001 e poi ritirata nel 2006 visto il mancato accordo tra gli Stati membri) aveva fin da subito mostrato un’altra faccia, quella della discriminazione: troppe le categorie di lavoratori immigrati esclusi e troppi i diritti limitati o non riconosciuti.
La differenza la fanno le eccezioni. Il testo della Commissione, appoggiato anche dai 27, eliminava dal campo di applicazione della direttiva i lavoratori immigrati stagionali (un esercito in paesi come l’Italia e la Spagna), chi gode o ha richiesto una qualche forma di protezione internazionale e i dipendenti che un’impresa di un paese terzo sposta in una sua succursale europea. Gli alberghi e ristoranti europei – rifletteva Cercas prima del voto – rischiano di essere gestiti da lavoratori stagionali da paesi terzi, con meno protezione dei colleghi comunitari, in un nuovo tipo di schiavitù moderna». «Molte imprese – secondo il laburista britannico Claude Moraes, portavoce per il gruppo S&D alla Commissione libertà  pubbliche – troveranno più conveniente traslocare le proprie sedi in paesi come Marocco o Turchia e poi spostare i propri lavoratori nelle loro succursali Ue per evitare di dar loro gli stessi diritti che hanno gli europei».
Lavoratori esclusi, ma anche diritti negati, o limitati. La direttiva non riconosceva infatti la portabilità  delle pensioni dal paese europeo in cui si è lavorato a quello di origine (in pratica non si poteva tornare in patria, una volta finito il percorso lavorativo), limitava i diritti alle prestazioni familiari, alla casa (si poteva accedere alle liste per le case popolari dopo 3 anni di residenza e non da subito), alla formazione ed all’educazione permanente.
«È stato importante frenare un treno – il commento post-voto dell’eurodeputato del Pd Sergio Cofferati – che sembrava lanciato verso uno scenario pericoloso sia per gli immigrati che per i lavoratori europei. Ora – continua l’ex sindacalista – bisogna lavorare per riunificare i provvedimenti sull’immigrazione e migliorare questo testo il cui obiettivo dev’essere dare più e non meno diritti agli immigrati».
Il futuro è comunque incerto. La Commissione pare infatti intenzionata a ripresentare più o meno lo stesso testo, senza prendere atto della sconfitta. La cosa curiosa è che la direttiva presentata da Bruxelles costituiva un vero e proprio passo indietro rispetto al Convegno Onu del 1990, peraltro non ratificato da alcun paese della Ue, ma non solo. Il trattamento discriminatorio era anche contrario alla Convenzione del Consiglio d’Europa (che non ha nulla a che fare con la Ue) sui lavoratori immigrati del 1977, questa sì ratificata da 6 paesi comunitari, tra cui l’Italia. Il Parlamento europeo se n’è ricordato, non gli eurodeputati del governo, che si sono espressi in aula a favore del permesso unico.

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