Tutto il mondo a caccia di Assange

NEW YORK – Per l’America Julian Assange è ormai a tutti gli effetti un terrorista. Nella prima mossa intrapresa di persona, quattro giorni dopo l’inizio della clamorosa fuga di notizie, il presidente Barack Obama ha nominato il numero due del National Counterterrorism Center, Russel Travers, a capo dell’Interagency Policy Committee for Wikileaks. La task force avrà  il compito di «individuare e sviluppare le riforme strutturali necessarie alla luce della fuga di notizie di WikiLeaks». Ma la nomina di Travers significa che la Casa Bianca, che aveva già  definito «gravi crimini» quelli dell’hacker australiano, ha deciso appunto di trattare il caso come terrorismo.
Peccato solo che per gli americani che lo accusano di spionaggio, e gli australiani pronto a metterlo in galera per piccoli crimini legati al web, le vie per prendere Assange passino per ora da quell’avviso rosso che ha fatto scattare la caccia all’uomo in tutto il mondo. Per crimini sessuali commessi in Svezia. Anzi, come ricorda il New York Times, il giornale che pubblica negli Usa i file di Wikileaks, «per due preservativi rotti». Perché questa è l’accusa di due donne: non essersi fermato, per due volte, in un atto dapprima consensuale e poi diventato stupro di fronte agli inutili appelli quando, in un caso e nell’altro, i condom si sarebbero rotti.
Assange ha contestato la ricostruzione appellandosi alla Corte suprema svedese. Ma ormai è troppo tardi. La polizia inglese, uno dei 188 paesi che aderiscono all’Interpol, ricorda che “l’avviso rosso” ricevuto non è una richiesta d’arresto e la caccia, teoricamente, non è scattata: «Non abbiamo segnalazioni di Julian Assange a Londra» dice Scotland Yard «ma se le avremo lo troveremo e lo estraderemo».
Fosse facile. Julian Assange «è in una località  segreta nelle vicinanze di Londra insieme ai suoi hackers e ai fedeli di WikiLeaks» dice l’inglese The Guardian. Julian Assange è nascosto a Mosca, Julian Assange è nascosto all’Avana, suggerisce il tam tam sul web che raccoglie le ultime dichiarazioni dello stesso fondatore di Wikileaks, che aveva ipotizzato la fuga «preoccupato dalle attività  degli inglesi e degli americani». I cellulari dei suoi due più fedeli collaboratori sono spenti: una segreteria avverte che sono «fuori dall’Inghilterra».
A Londra il capo di WikiLeaks era arrivato a settembre. Per sfuggire all’arresto svedese, dopo aver fatto base a Stoccolma proprio per la legislazione libertaria in fatto di web. Ma soprattutto per organizzare la pubblicazione dei cable dello scandalo: «sviluppando», scrive il New York Times «stretti contatti con il giornale The Guardian». E a Londra Assange ha dato appuntamento a un cronista americano che voleva intervistarlo: «Ti aspetto a gennaio».
Ricercato in tutto il mondo, in un posto sicuramente Julian Assange non c’è. Da ieri, i file di Wikileaks non sono più ospitati sui server virtuali di Amazon: la compagnia di Jeff Bezos ha accolto il pressing degli Usa che non potevano tollerare la beffa del nemico rifugiatosi nel web americano. «Se Amazon non si trova a suo agio con il primo emendamento», quello sulla libertà  d’espressione «forse dovrebbe uscire dal business dei libri» rispondono gli uomini di Assange. «La verità  verrà  fuori contro ogni tentativo di annichilirci: siamo diventati il primo Samizdat globale». Che con i server bloccati, ormai vola quasi solo su Twitter.


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