WikiLeaks, l’ira del Vaticano sugli Usa

CITTà€ DEL VATICANO – «I giudizi emersi sulla Santa Sede mostrano il livello bassissimo a cui è arrivata la diplomazia americana. Stanno perdendo la loro credibilità ». Una spessa coltre di gelo corre da ieri tra il Vaticano e gli Stati Uniti dopo la pubblicazione degli ultimi documenti di WikiLeaks.
Nel corso dei secoli i Sacri Palazzi ne hanno viste di tutti i colori, e quasi nulla è capace di sorprendere i suoi sperimentati inquilini. Ma lo sconcerto causato dai cablogrammi inviati a Washington dall’ambasciata Usa presso la Santa Sede è palpabile oltre il colonnato di Piazza San Pietro. Dentro quelle stanze i dispacci fanno discutere. Sebbene si preferisca, forse come forma di difesa, adottare una linea di silenzio, o reagire con una dimostrazione d’ironia.
In Vaticano ieri si è vissuta una giornata non tra le più felici. E al di là  delle dichiarazioni ufficiali rilasciate dal direttore della Sala stampa, padre Federico Lombardi, che parlano di «estrema gravità » e di una valutazione da farsi con «riserva e molta prudenza», emerge una profonda irritazione. Il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, definito nei file americani come uno «yes man», ieri mostrava tuttavia di essere divertito dal commento: «Sono ben orgoglioso di essere stato definito così, visto che questa immagine un po’ colorita in realtà  rappresenta bene la mia sintonia con l’azione pastorale del Papa». Quanto al dispaccio dove si affermava che il cardinale parlerebbe solo italiano, si eccepiva che il braccio destro del Papa usa abitualmente altre quattro lingue (tedesco, spagnolo, francese e portoghese). In un’intervista rilasciata nel 2006 al giornalista Gianni Cardinale sul mensile 30Giorni, Bertone ammetteva molto sinceramente che l’inglese «è il mio punto debole».
Ma la critica più bruciante è quella sulle voci annotate dai documenti Usa che chiederebbero l’estromissione del segretario di Stato. Emergono qui, in forma non scritta – ma intelleggibile agli osservatori di cose vaticane – le linee e le anime diverse che si fronteggiano: il predecessore di Bertone alla Segreteria di Stato, il cardinale decano Angelo Sodano; l’attuale presidente della Cei, Angelo Bagnasco; il Sostituto alla Segreteria di Stato, arcivescovo Fernando Filoni; il presidente del Progetto culturale della Cei, cardinale Camillo Ruini; e in parte anche il Patriarca di Venezia, Angelo Scola. Tutti con un profilo marcato, e altro, rispetto all’attuale conduzione.
Ricostruzioni, quelle dei dispacci americani, bollate quindi in Prima Loggia, dove ha sede l’ufficio del cardinale Bertone, come non realistiche, in alcuni casi persino interessate. «Dai documenti pubblicati non escono fatti – si fa notare – ma solo impressioni, chiacchiere di giornali, giudizi volti a colpire un bersaglio forse sgradito».
Che le cose però fra le diplomazie di Usa e Santa Sede non andassero al meglio era nei fatti da tempo. I file di WikiLeaks hanno tolto il coperchio. Lettere di protesta su alcuni argomenti specifici erano partite dall’ambasciata verso le stanze vaticane. Ieri il numero uno americano presso la Santa Sede, Miguel Diaz, si è affrettato a dichiarare in una nota che «noi condanniamo nel modo più forte possibile la pubblicazione di quelle che si presume siano informazioni riservate del Dipartimento di Stato».
Spia come sempre degli umori circolanti nei Sacri Palazzi è l’Osservatore Romano, nel pomeriggio uscito senza una riga né sui documenti di WikiLeaks, né sul comunicato del portavoce vaticano. Una palese dimostrazione di voler ignorare i cablogrammi “incriminati”.
In Vaticano alla vigilia della pubblicazione circolavano due ordini di timori: che venisse fuori qualcosa di duro nei confronti dei vertici (ma i file usciti sono solo un’ottantina su decine di migliaia ancora in attesa), e le fonti con cui gli americani hanno parlato. I nomi sono già  pubblici. E la caccia alle “gole profonde” è scattata. Nello stile pure lento di una diplomazia millenaria come quella vaticana, i provvedimenti non tarderanno.


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