Agguato nel Gulistan, ucciso un alpino

Per la seconda volta nel giro di pochi mesi il Gulistan, la valle al confine con le zone più calde dell’Afghanistan e sotto giurisdizione italiana, fa un’altra vittima: nella mattinata dell’ultimo dell’anno, un cecchino ha ucciso il caporalmaggiore di Thiene Matteo Miotto, portando a quota 35 il bilancio dei militari italiani morti in Afghanistan.
La salma del soldato, trasferita oggi a Roma, sarà  traslata, dopo la cerimonia pubblica di rito che si terrà  lunedi nella capitale, nella sua città  d’origine, dove il soldato aveva chiesto di essere sepolto nell’area dedicata ai caduti di guerra del cimitero locale. Gli mancavano un pugno di giorni prima del suo rientro in Italia, dove l’ennesima morte ha provocato le reazioni, altrettanto di rito, che contraddistinguono ormai un’attenzione all’Afghanistan che solo la morte scuote dal torpore.
E tra le richieste di ritiro delle truppe e la conferma che in Afghanistan bisogna restare, il padre del militare ucciso pone alcune domande: «…mi hanno chiamato i suoi comandanti dall’Afghanistan dicendo che era stato colpito ad una spalla – ha detto Francesco Miotto – adesso si parla di un colpo che l’avrebbe raggiunto al fianco….ci sono delle versioni che non sono concordanti. Noi famigliari vogliamo capire cosa è successo». Non è l’unica domanda legittima da porsi.
Il distretto del Gulistan è una zona impervia che si insinua tra i confini delle province di Ghor e dell’Helmand, quest’ultima tra le aree più calde dell’intero Afghanistan. È uno degli undici distretti della provincia del Farah, provincia che, con quelle di Herat, Badghis, Ghor, rientra sotto la giurisdizione del Comando Nato Ovest a guida italiana. È proprio nel Gulistan che è avvenuta nell’ottobre scorso la strage di quattro alpini (Sebastiano Ville, Marco Pedone, Gianmarco Manca e Francesco Vannozzi uccisi da una potentissima esplosione mentre scortavano con un Lince una colonna di mezzi civili). Abbastanza fuori dai giochi fino a qualche tempo fa, la valle del Gulistan, che non arriva a 60mila abitanti, militarmente non ha mai dato grossi problemi se non sporadicamente. Ma le cose sono cambiate. E il nome infatti, ignoto sino a qualche mese fa, adesso torna a farsi ripetutamente sentire.
Bisogna guardare una mappa e, attraverso la geografia, cercare di capire perché è un posto tanto pericoloso. Nella provincia di Farah, anche se la pressione dei talebani non è fortissima come in altre zone, sono stati soprattutto gli americani a darsi da fare con bombardamenti che hanno registrato, nel Farah e appena più a Nord della provincia e cioè nell’area Sud dell’Herat, alcune delle stragi di civili più note di tutta la guerra (a Shindand, nell’Herat meridionale, e a Bala Boluk, nel Farah centrorientale). Il comando Ovest, a guida italiana, riesce a tenere sotto controllo la regione ma, col passare del tempo, gli americani hanno chiesto agli italiani di fare di più. Di spingersi dunque nelle aree più calde, alcune delle quali al confine con la provincia di Helmand, dove si trova il Gulistan. Ma non è un’operazione facile “sigillare” il Farah dalle infiltrazioni talebane. E, soprattutto, non è facile farlo in un territorio in cui gli americani hanno fatto terra bruciata per passare poi la mano agli italiani.
Al deteriorarsi della situazione generale, corrisponde dunque anche un peggioramento di quella sui fronti caldi tra cui molto probabilmente c’è anche il Gulistan dove, secondo alcune fonti, non c’è solo la pressione talebana o quella della criminalità  afgana, ma dove si muoverebbero anche gli iraniani che cercano in qualche modo di controllare seppur indirettamente le zone al confine col proprio Paese. Stringendo rapporti, sostengono a Kabul, con parte della guerriglia cui viene fornito training ed esplosivi. Ipotesi. Ma che dicono come il Gulistan sia un po’ più che un nome della geografia del paese.
La domanda da fare è dunque in quali condizioni operano i soldati italiani. E se e per quali motivi il Gulistan è diventato tanto pericoloso. Se è vero che abbiamo ricevuto una pessima eredità  difficile da aggiustare e se la nostra presenza in quelle aree, che consente agli americani un impegno maggiore in altre province, non è effettivamente un fattore di rischio in più per chi ha preso in consegna quella regione.
Lettera22

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35 I CADUTI del contingente militare italiano che partecipa alla missione Isaf (a guida Nato) dall’inizio, nell’ottobre 2001, dell’occupazione dell’Afghanistan


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