Anno 2011, il carcere dopo Cristo
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La Gazzetta Ufficiale riproduce a intervalli regolari titoli manzoniani: “Disposizioni urgenti di protezione civile dirette a fronteggiare la situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento degli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale”. Cioè? Niente. Cioè, escogitare un facsimile di legge e chiamarla “svuotacarcere”. In vigore da metà dicembre, dice che chi ha una pena residua inferiore a un anno, può scontarla a domicilio. La pena inferiore a un anno è irrisoria, e vuol dire, naturalmente, che entro un mese o due o un anno al massimo quei detenuti saranno comunque liberi. La legge dice poi che ne sono esclusi i detenuti per una vasta gamma di reati più gravi. Poi dice che per trascorrere lo scampolo di pena in detenzione domiciliare (che non è la libertà , ma una pena, spesso invisa: per esempio quando significa infliggere ai propri famigliari l’ansia e la vergogna di visite di controllo a tutte le ore di giorno e notte) bisogna avere un domicilio idoneo, verificato tale dagli assistenti sociali, oltre che l’assenso dei famigliari. Condizione che esclude già un larghissimo numero di stranieri, dunque più o meno la metà dei detenuti interessati. Poi dice che i magistrati, cui sono inoltrate le pratiche dai direttori del carcere, devono valutare se ci siano ragioni ostative alla concessione (pericolosità sociale, rischio di fuga…). Poi dice che i detenuti assegnati alla pena a domicilio, se commettessero l’infrazione di “allontanamento dai domiciliari” (portare fuori il cane, sedere con le vicine a filare sui gradini, arrivare alla farmacia dell’angolo, avviarsi al primo fiume per buttarsi di sotto) la pagherebbero non più, come nell’evasione ordinaria, con una pena da sei mesi a un anno, bensì con una pena da un anno a sei. Poco fa, a Firenze, un detenuto a domicilio albanese, non sopportando più il vicino di pianerottolo e volendo evitare guai, uscì di casa per andarsi a riconsegnare a Sollicciano: fermato per strada e condannato per evasione.
Nonostante tutta questa fabbricazione escludente e intimidatoria, un certo numero di detenuti chiedono effettivamente di usufruirne. Ebbene, ecco, dopo il primo mese di attuazione (così “Radio carcere”, che ha interpellato i magistrati competenti) il numero di detenuti effettivamente usciti in cinque regioni importanti: Lombardia: 12; Emilia Romagna: 2; Toscana: 15; Lazio: 30; e Campania: 34 (le due ultime cifre sono auspici, più che fatti). Totale: 93, su 32 mila 900 detenuti in quelle cinque regioni, alcune delle quali sono fra le più efficienti e “aperte”. Nel carcere cagliaritano di Buoncammino, il direttore spiegava a Natale che grazie alla legge era uscito un (1) detenuto; altri tre no, due sardi e un tunisino, “perché non sapevano dove andare”.
Questo è già abbastanza comico. Ma, si dirà , un mese è poco per valutare. Però di questo passo se i detenuti sono sotto l’anno e non si impiccano prima, usciranno liberi, “raggiunto il fine pena nelle more dell’istruttoria”. È già chiaro comunque che le uscite saranno di gran lunga inferiori ai nuovi ingressi in carcere, il cui aumento ininterrotto non è dovuto a un incremento della criminalità (che, anzi, si riduce) ma alle leggi riempi-carcere, come la Fini-Giovanardi sulla droga, la Bossi-Fini sull’immigrazione clandestina, e il capolavoro, la (ex) Cirielli sulla recidiva, che ha fatto tabula rasa di ogni duttilità risocializzante del carcere, perché la gran maggioranza dei piccoli pesci che incappano nello strascico carcerario sono recidivi per definizione. (A parte gli statisti nelle interviste sull’infanzia, conoscete qualcuno che si sia fatto una volta sola?) La (ex) Cirielli, fiore di un delirio demagogico sulla “sicurezza”, sbarra a tripla mandata i cancelli sui disgraziati che le altre leggi scaraventano in galera, escludendoli dalle pene alternative. Disperato, il ministero, che la votò, non sa come uscirne, e magari punto anche lui qualche volta – chissà , la notte di Natale – da un turbamento per i suicidi e le morti innaturali di due o trecento detenuti all’anno, ricorre alla pena a domicilio per l’ultimo anno, che rimette in gioco (il gioco dell’oca) i recidivi dei reati minori. Una piccola e derisoria toppa a un buco grosso come una voragine. Attenzione però: come avvertono gli assistenti sociali e i magistrati che aspettano le loro relazioni, la verifica dell’esistenza e l’idoneità (!) del domicilio carica gli assistenti di un lavoro in più a detrimento di quello, già soverchiante, che compete loro per le pratiche ordinarie. Col risultato paradossale di inceppare il disbrigo delle concessioni di pene alternative a detenuti che vi avrebbero titolo normale, indipendente da questa legge dal nome pittoresco di svuota-carceri.
Che cosa fare dunque, di fronte a una condizione carceraria “demenziale”, “invivibile”, “illegale”, “una tortura”? Niente. Abrogare le proprie leggi tanto sbandierate, non si può, tutt’al più aggirarle con un piccolo sotterfugio. Di indulto non si può parlare più dal 2006, dopo aver danzato alla canzonetta dei criminali messi in libertà , così da aver paura di integrare l’indulto con l’amnistia, che non avrebbe liberato nessuno ma avrebbe sgomberato processi diventati superflui, che ancora si celebrano per dichiararli nulli. Le condizioni delle galere dovrebbero inquietare tutti i cittadini, anche quelli che immaginano, buon per loro, di non poterci finire mai. E dovrebbero almeno consigliare, anche ai cinici, di accorgersi quale partita politica vi si giochi. La fanatica campagna contro l’indulto segnò, che lo si ammetta o no, il primo e irrimediato colpo al governo Prodi e al centrosinistra, in una delle ricorrenti sepolture di quel fenomenale Berlusconi. Che ne fu dissepolto anche allora non da un proprio talento, ma da uno spettacolare autolesionismo – l’eterolesionismo del vicino di banco – del centrosinistra. La demagogia di allora si servì dell’allarme su Previti e altri mostri per sobillare gli spiriti forcaioli. Previti era già comodamente a casa sua, e ci aggiunse la Caritas. Gli stessi crociati di allora hanno appena inveito contro “l’indulto mascherato” o “l’insulto” della leggina dell’ultimo anno, la “svuotacarceri”, di cui ho appena illustrato i connotati. Previti non c’entra, né Vallanzasca, né io, né l’ingegner Scaglia. C’entrano quei 70 mila, senza faccia, senza nome – se non nelle statistiche sui decessi – con la loro branda a castello e il loro fornelletto da sniffare e da farsi il caffé, prima che gli tolgano anche quello.
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