Crescita e lavoro, le spine di Barack ma lui pensa già  alle elezioni 2012

NEW YORK – Barack Obama cambia squadra e prepara un biennio “in trincea”. È un vero assetto di combattimento quello che il presidente organizza nel giorno d’insediamento della nuova Camera a maggioranza di destra. La Casa Bianca vuole gli uomini giusti per gestire la guerriglia coi repubblicani da qui al novembre 2012, l’appuntamento delle presidenziali. La missione che Obama affida al nuovo staff è chiara: incastrare i repubblicani nelle loro contraddizioni interne, fra le truppe nazionalpopuliste che vogliono lo Stato minimo e i lobbisti del grande capitale che elemosinano sussidi e commesse statali. Alla fine tutto si giocherà  su due punti: se nei prossimi 22 mesi ci sarà  una crescita solida con milioni di posti di lavoro; e in tal caso chi riuscirà  a “mettere il cappello” sulla ripresa. Obama vuole tornare a sfoderare la sua altra faccia, quella del tattico che nel 2008 sgominò la potente macchina elettorale della famiglia Clinton, e poi l’armata Brancaleone McCain-Palin. Stavolta non ha più il vantaggio dell’outsider. Deve giocare di triangolazioni: alternare il pugno duro contro la destra, con i necessari compromessi bi-partisan per far avanzare qualcosa della sua agenda legislativa.
Lascia così il fedelissimo portavoce Robert Gibbs, uno dei pochi a chiamare Obama col nome di battesimo. Ma non viene licenziato per scarso rendimento, Gibbs in realtà  va a preparare già  ora le strategie elettorali del 2012, e sarà  ospite fisso dei talk show per dedicarsi a tempo pieno a demolire i futuri “presidenziabili” della destra. Anche la prolificità  (e libertà  di polemica) di Gibbs su Twitter e Facebook sarà  moltiplicata, ora che è libero dall’incombenza quotidiana della conferenza stampa. Via anche David Axelrod, con la stessa motivazione: il mago dei sondaggi deve allontanarsi dagli oneri del potere esecutivo e tornare al 100% al suo mestiere che è la raccolta di voti nell’America profonda. Ma rientra David Plouffe, l’uomo che aveva condotto la campagna elettorale, che diventa consigliere numero uno. Tra i nuovi ingressi è dato in pole position come capo dello staff presidenziale un mastino come William Daley. L’operazione di riavvicinamento ai poteri forti del capitalismo è confermata dall’avvicendamento di Volker, ex presidente della Fed, da sempre molto duro con Wall Street.
Per sostituire Rahm Emanuel candidato a sindaco di Chicago, Obama potrebbe pescare così dallo stesso “clan”, quel partito democratico della città  dove il presidente si fece le ossa come attivista sociale nei quartieri afroamericani più degradati. Ai democratici di Chicago si attribuiscono tutte le qualità  e tutti i vizi: mafiosi, e maledettamente efficaci. Richard Daley è fratello e figlio di due leggendari sindaci. E’ stato segretario al Commercio di Bill Clinton. Attualmente lavora alla banca J. P. Morgan Chase. Ha il profilo di un manovratore esperto e spregiudicato. Può ricucire i rapporti cruciali tra l’Amministrazione democratica e il mondo degli affari: l’ostilità  del capitalismo americano nel 2010 fu decisiva nel propiziare l’avanzata elettorale dei repubblicani. Le vittorie politiche si costruiscono anche attraverso la raccolta di fondi, e Obama deve impedire che tra un anno Wall Street e la grande industria gli votino contro finanziando la destra.
L’urgenza delle nuove nomine viene dettata dai tempi dell’avversario. La destra ha un programma micidiale per i primi 20 giorni di questa legislatura. Perché tanta fretta? Perché solo tra 20 giorni torna a riunirsi anche il Senato dove i democratici conservano una maggioranza (sia pure risicata), e poi a fine mese c’è il discorso sullo Stato dell’Unione che esalta la visibilità  del presidente. Prima di allora il palcoscenico appartiene tutto alla nuova destra. Dunque si voti subito sull’abrogazione della riforma sanitaria, sui 100 miliardi di tagli alla spesa pubblica, sullo smantellamento delle norme ambientaliste e a tutela dei consumatori. Più che i risultati concreti – abolire la riforma sanitaria è impossibile senza il sì del Senato, e comunque Obama ha diritto di veto – conta esibire coerenza di fronte all’elettorato più intransigente della destra. In particolare quelli del Tea Party che hanno mandato i loro deputati a Washington con una missione precisa: “distruggere la Bestia”, smantellare quel che resta dello Stato sociale. Ma già  si avvertono i mal di pancia della grande industria. La U. S. Chamber of Commerce (la Confindustria) protesta perché i pasdarà n della destra vogliono tagliare anche i fondi pubblici per l’alta velocità  e le autostrade. Abbattere il Welfare State va bene, ma non quello che ingrassa i profitti delle imprese. È proprio in questo genere di contraddizioni che Obama lancia all’attacco la sua nuova formazione.


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