Dai satelliti ai videogame fai-da-te ecco i creativi del Web-bricolage

Sembra un gioco, una passione sui generis, in realtà  sta diventando un movimento. Il “Do It Yourself” (Diy), il fai da te al tempo del Web 2.0, è ormai filosofia radicale che dagli Stati Uniti si propaga in Europa come in Giappone. «Un modo di essere più attivi rispetto agli oggetti che ci circondano, modificando, fabbricando e aggiustando quel che davvero ci serve invece di limitarci ad acquistare passivamente».
Lo ha spiegato Mark Frauenfelder nel suo ultimo libro intitolato “Made by Hand: Searching for Meaning in a Throwaway World” (“Fatto a mano: Cercando un senso nel mondo dell’usa e getta”). Frauenfelder non è uno qualunque: nel 1993 era nella redazione del primo Wired, il mensile hi-tech per eccellenza, ora dirige la rivista Make Magazine, punto di riferimento del “Do It Yourself”. Rivista che qualche tempo fa ha dedicato la copertina a un satellite artigianale costruibile con meno di seimila euro, corredato da strumenti fatti in casa per lanciarlo in orbita.
Singolare forma di bricolage, che interessa i settori più diversi: dagli strumenti musicali ai computer, fino alle automobili, passando per elettrodomestici di ogni tipo, giocattoli, cellulari, perfino missili ad aria compressa e una miriade di altri gadget hi-tech a volte splendidamente inutili.
Dimostrazione che prima Eric Von Hippel, professore del Massachusetts Institute of Technology, e più recentemente Gianmario Verona alla Bocconi, avevano ragione a vedere nell’utente finale uno dei principali motori per l’innovazione. È stato così per l’open source (il software libero) e per il Web 2.0, ora rischia di diventarlo per l’universo delle cose che tocchiamo con mano ogni giorno.
«Il fai da te è una tendenza forte, in tutti i campi, un fenomeno trasversale in crescita», conferma Carlo Meo, docente presso il Politecnico di Milano ed esperto di marketing. «In un mondo dove passi la giornata ad usare strumenti che non conosci, tecnologia sempre più complessa, torna il desiderio di “saper fare”. È ristabilire un contatto e un controllo con la realtà . Anche grazie a Internet, che mettendo in comune saperi e strumenti tende a far scomparire la distinzione tra professionista e dilettante».
Insomma: se un quattordicenne può diventare game designer di successo, come quel Robert Navy che con il suo Bubble Ball ha raggiunto la vetta delle applicazioni più scaricate per iPhone, perché non tentare con i palloni aerostatici o con i taglia erba intelligenti? Magari mossi da Arduino, processore open source progettato in Italia ad Ivrea che è la base di tanti dispositivi fai da te.
La potenza creativa di una comunità , del resto, supera di gran lunga la fantasia dei singoli. Se ne è accorta la Lego, che in Giappone ha lanciato il progetto Cuusoo: le idee degli utenti vengono messe online e votate, le più popolari finiscono nei negozi. E perfino la Disney ha mosso un passo nella stessa direzione con Disney per te. Sul Web si scelgono storie e copertina e la compagnia di Topolino manda tutto a casa sotto forma di volume rilegato.
Più esplicita la posizione di LittleBigPlanet 2, esce il 28 per PlayStation 3, videogame che permette di realizzare videogame e nel quale si combatte, guarda caso, proprio per difendere il mondo del fai da te. Chris Anderson, il direttore di Wired, pensa sia questo il futuro, la prossima rivoluzione industriale. Nata nei garage da aziende piccolissime molto simili, se non identiche, a quelle legate al movimento “Do It Yourself”.


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