Gli eroi della globalizzazione

“Sono gli eroi dell’era della globalizzazione, degli avventurieri, un po’ come le icone western”. Così il sociologo ed etnologo Marc Augé parla degli immigrati, a partire da quelli africani. Lo abbiamo incontrato alla mostra ‘L’Africa delle meraviglie’ sui grandi collezionisti di arte africana, a Palazzo Ducale di Genova fino al 5 giugno, alla quale Augè stesso ha collaborato. L’inventore dell’espressione ‘non luoghi’ riferito ai centri commerciali ed altri luoghi di aggregazione contemporanea, ha infatti iniziato le sue ricerche come africanista in Costa d’Avorio e Togo.

In passato milioni di persone sono emigrate dall’Africa agli Usa, un fenomeno che oggi in qualche modo continua in Europa. Che cosa ne pensa?
Dopo la schiavitù e l’esportazione di forza umana negli Stati Uniti, oggi c’è una seconda prova, quella dell’emigrazione in Europa, che si svolge spesso in condizioni tremende. Eppure parte della popolazione africana è condannata a partire. Possiamo deplorare lo sfruttamento, i maltrattamenti che questi uomini subiscono, ma anche riflettere sul fatto che entrambi i fenomeni, la schiavitù di ieri e l’emigrazione di oggi, testimoniano la capacità  di adattamento delle culture africane. Negli Stati Uniti si sono ricomposti gruppi ed è nata una cultura oggi diffusa in tutto il mondo. Così l’emigrazione dei nostri giorni è utile come forza-lavoro per lo sviluppo dell’Europa. Ed è un fenomeno che non riguarda solo i rapporti tra l’Africa e i paesi europei, ma persino l’Africa stessa al suo interno, perché c’è un movimento emigratorio da paesi africani meno ricchi a quelli più ricchi con difficoltà  simili a quelle che vediamo nell’emigrazione europea. Però questo testimonia nuovamente la capacità  degli africani a reagire alle situazioni difficili. Direi che in qualche modo sono gli avventurieri del mondo globale, un po’ come gli eroi degli western. Sono loro gli eroi dell’emigrazione attuale. Questo è certamente l’aspetto positivo del fenomeno”.

Non pensa che le leggi sull’emigrazione verso l’Europa siano troppo rigide? Spesso parliamo di fortezza Europa. Arrivare in un paese non dovrebbe comportare l’avere diritti certi?
Il problema dell’emigrazione pone dei quesiti giuridici, economici, problemi di scolarità , formazione, educazione: sono problematiche complesse che toccano la società  in generale. C’è una richiesta di emigrazione da parte dei paesi europei stessi e quindi l’emigrazione viene vista come un’occasione. Certo i paesi d’accoglienza devono ricevere queste persone, risolvendo da subito questioni come quelle dei sans papier e dei ricongiungimenti familiari, dato che in molti casi sono intere comunità  a installarsi qui.

Spesso gli immigrati vivono in un’area grigia. Sono accettati ma possono subire controlli a tappeto, perquisizioni in abitazioni senza mandato, ecc. Che cosa ne pensa?
La questione andrebbe trattata nel suo insieme. Intanto quelli che chiamiamo clandestini non sono affatto clandestini, li conosciamo, è solo che non hanno i documenti necessari. Allora servirebbe regolarizzare, chiarire la situazione generale. Certo, parlare in termini generali vuol dire solo fare dei buoni propositi. In Francia ci sono popolazioni immigrate diverse, c’è chi è immigrato tanti anni fa perché i nipoti o figli siano francesi. Quindi dobbiamo rispondere a domande difficili sull’educazione e il lavoro. Perché un lavoratore immigrato è una cosa, un immigrato disoccupato un’altra. Bisogna considerare i problemi singolarmente, con pazienza e senza ideologie, senza creare delle categorie come i magrebini, gli immigrati, gli africani. Bisogna ottimizzare le risorse: ricordiamoci che gli immigrati che hanno avuto bisogno di partire, ma anche noi abbiamo bisogno di loro. È necessario governare il fenomeno trovando dei compromessi piuttosto che reprimerlo semplicemente.



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