Haiti. Uno scandalo lungo un anno

Haiti vive la sua maledizione senza fine. Una maledizione che però non ha origini divine ma umane. Il paese più povero dell’emisfero occidentale, il paese più saccheggiato, più spolpato, più umiliato.
Senza tornare alla fatidica rivoluzione degli schiavi neri contro i coloni francesi guidata da Toussaint L’Ouverture nel 1804, basta restare all’oggi e a quell’inutile simpaticone che è l’ex-presidente Bill Clinton. Clinton, nominato inviato speciale dell’Onu per Haiti e (co)capo del Comitato ad interim per la ricostruzione di Haiti, oggi sarà  a Port-au-Prince per piangere le vittime e fare il punto di una ricostruzione che non è mai cominciata e che anche se e quando cominciasse, «se blan ki desid», saranno i bianchi – quindi gli stranieri – a decidere. I soldi – 10-15 miliardi di dollari? – promessi e annunciati nelle diverse riunioni internazionali nel corso dell’anno, non sono mai arrivati, o forse ne è arrivato il 10% e di quel 10% una bella fetta è evaporata nei meandri della corruzione diffusa e alimentata della minoranza bianco-mulatta che si spartisce da sempre il potere (unico fugace e parziale eccezione, in 200 anni di storia, l’ex-presidente Aristide, oggi in esilio).
Non solo ma come spesso capita la gran parte dei soldi elargiti in realtà  non lascia mai o ritorna subito alla madrepatria. E’ stato il Washington Post, in un articolo dell’aprile scorso, a calcolare che su ogni 100 dollari di aiuti Usa a Haiti, solo 1.60 dollari finiscono in mani haitiane (e in che mani…). Questo Clinton lo sa benissimo perché fu lui da presidente – salvo poi spargere adesso da inviato umanitario qualche lagrima di coccodrillo – a decidere sovvenzioni statali per i produttori di riso del suo stato natio dell’Arkansas mandando all’inferno i produttori haitiani. Risultato: Haiti, che era autosufficiente per la produzione di riso, oggi lo importa nella quasi totalità .
E’ solo un esempio, neanche dei più clamorosi come fu l’osceno «debito odioso» imposto dalla Francia alla prima «repubblica nera» del mondo a titolo di risarcimento per essersi liberata dai padroni schiavisti delle piantagioni: quei 150 milioni di franchi-oro, più di 20 miliardi di dollari odierni, che Haiti ha finito di pagare nel 1947 e l’hanno messa a terra per sempre. Poi, dopo la Francia, a partire dal 1915 sbarcarono i marines Usa e in realtà  non se ne sono mai più andati. Anche adesso, dopo il terremoto, mentre da Cuba venivano medici e infermieri, da Washington è arrivato un corpo di spedizione militare di più di 30 mila soldati, a rivaleggiare con i caschi blu brasiliani dell’Onu, percepiti non come missione di stabilizzazione ma di occupazione. I risultati si vedono.
La disperata situazione di Haiti non è dovuta a una maledizione divina ma a un fenomeno storico che va sotto il nome di colonialismo. Un fenomeno che nonostante la faccia simpatica di Clinton e di Obama non è ancora roba del passato. E quando all’orizzonte sorge qualche pericolo o qualche «intruso», è sempre pronto il golpe (come fu in Honduras nel 2010).
Quella di Haiti, un anno dopo, non è una maledizione divina. E’ uno scandalo. Tutto nostro.


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