Il Ben Ali dei Balcani

Tre i dimostranti sono stati uccisi, «colpiti da proiettili esplosi a breve distanza», secondo i bollettini dell’ospedale militare di Tirana.
Decine e decine i feriti sia tra i manifestanti che tra la polizia. Gli scontri sono scoppiati durante una manifestazione pacifica indetta dal Partito socialista all’opposizione per chiedere le dimissioni del governo guidato da Berisha contro il quale ha rinnovato le accuse di corruzione, dopo che la scorsa settimana il vice premier Ilir Meta, incriminato in un processo di corruzione, è stato costretto a dimettersi. Secondo l’agenzia albanese Ata, i dimostranti impediti nella possibilità  di portare la protesta fin sotto la sede del premier, avrebbero lanciato pietre e bottiglie molotov contro la polizia e all’interno del cortile del palazzo del governo. E poi sarebbero riusciti a scardinare la cancellata d’ingresso e dare fuoco a diversi alberi. La polizia è ricorsa ai gas lacrimogeni e ai cannoni ad acqua per bloccare l’avanzata dei dimostranti. Solo dopo tre ore di rivolta le forze di polizia hanno ripreso il controllo del centro di Tirana.
«Non vogliamo prendere il potere con la forza e senza elezioni», ha dichiarato appena prima degli scontri Edi Rama, il leader dell’opposizione socialista albanese e sindaco di Tirana. Poi in piazza alcune migliaia di manifestanti hanno fronteggiato per ore centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa, armati fino ai denti, schierati a difesa della sede del premier Berisha. «Il governo – aveva aggiunto Rama – deve dare le dimissioni e aprire la strada a elezioni anticipate. È la sola soluzione per far tornare l’Albania alla normalità ». Ma il governo ieri ha scelto la violenza. I socialisti albanesi non hanno mai riconosciuto i risultati delle ultime elezioni politiche (giugno 2009), accusando il potere di brogli, del resto confermati da molti osservatori internazionali. Il prossimo 8 maggio in Albania si terranno elezioni amministrative locali.
Non si è fatta attendere la dura reazione del Partito democratico al governo che, per bocca dell’esponente Mesile Doda, ha definito la rivolta un «tentativo di golpe» e ha puntato il dito contro il leader del partito socialista Edi Rama. Il presidente della repubblica Bamir Topi ha lanciato un appello alla calma, invitando i leader politici ad avviare un dialogo. Un appello che sembra venire da un altro mondo. Visto che da quasi un anno e mezzo l’opposizione socialista protesta ed è arrivata addirittura a non sedere in parlamento. Con una novità , l’evidenza della corruzione di governo che ha portato alle dimissioni il vice-premier Ilir Meta – ex socialista passato allo schieramento di Berisha -, e soprattutto la grave crisi economica. Che vede una gioventù disperata senza occupazione e senza futuro, nonostante le promesse ventennali del premier, l’aumento indiscriminato dei prezzi, la nuova difficoltà  dell’emigrazione.
Dunque Berisha potrebbe finire come il dittatore tunisino? Difficile per ora dirlo. Ci raccontano da Tirana che a fare il paragone, «Berisha è il nostro Ben Ali», è stato finora solo il segretario del partito socialdemocratico Sknder Jinushi. Il fatto è che Berisha resta un animale di regime, dalle mille vite: uomo di Enver Hoxha negli anni Ottanta, è poi stato il leader della transizione democratica nel 1990-1991, è stato presidente dal 1992 al 1997 quando è stato defenestrato da una rivolta popolare che lo accusava di avere favorito la truffa governativa della Piramidi finanziarie, una rivolta repressa nel sangue con almeno duemila morti e per la quale Berisha ha scampato un processo per crimini contro il suo popolo. Non contento, nel 1998 ha tentato un golpe armato, con milizie anche monarchiche contro il governo socialista di Fatos Nano. Sconfitto, ha ricostruito la sua tela politica anche grazie agli appoggi finanziari bipartisan statunitensi – a ridosso della guerra nell’ex Jugoslavia – e della destra italiana. Sia Berlusconi che i leader di An e del nuovo Terzo Polo sono stati e sono i grandi sponsor di Sali Berisha. È di nuovo diventato premier nel 2005. Ed è stato confermato, ma con i brogli, denuncia l’opposizione, nel 2009.
A conclusione della giornata, così come dall’Italia era arrivato un sostegno «all’amico Ben Ali», non poteva mancare dalla Farnesina un «appello a tutte le forze politiche a risolvere attraverso il dialogo e la normale dialettica politica in Parlamento le questioni pendenti. Gli atti di violenza sono inaccettabili». Stesso discorso dall’Unione europea, che vede Tirana candidata ad entrare a conferma della «democrazia» del governo in carica. Insomma, torna lo spettro albanese. L’Italia è il primo partner commerciale dell’Albania – Berisha era in visita in Italia solo martedì scorso – che è, con la Romania, la terra delle nostre delocalizzazioni industriali, ed è il paese dove dovrebbe svilupparsi un piano nucleare eterodiretto da Roma. Ma soprattutto l’Italia potrebbe tornare ad essere la prima sponda dell’emigrazione e della disperazione sociale albanese. È questo lo spettro che si aggira in queste ore nelle stanze di governo dell’«amico» Berlusconi.


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