Il capo dei servizi segreti scelto come vice l’ultima mossa del regime

Hosni Mubarak non aveva mai voluto tra i piedi un vice presidente. L’infastidiva l’idea che potesse apparire come il successore. Il suo posto, dopo il ritiro o la morte, lo riservava a Gamal, il figlio di 47 anni. Non escludeva del resto di poter iniziare lui stesso, in settembre, un sesto mandato, che, salute permettendo, l’avrebbe portato a trentasei anni di potere e a ottantotto anni di età , Ieri ha dovuto cedere: è stato costretto ad affidare al tenente generale Omar Suleiman la carica di vice presidente che conservava gelosamente vacante.
È difficile non interpretare questa nomina come un passo di Hosni Mubarak verso la porta di uscita. Ma i tempi non appaiono ancora definiti. A fissarli sarà  la rivolta popolare. La designazione di Suleiman non conclude la crisi, ne segna una svolta. Certo adesso il raìs vacilla sul serio. È come se gli avessero messo accanto il sostituto.
I militari gli hanno di fatto imposto di rinunciare al figlio come successore o all’idea di riproporsi lui stesso per altri sei anni; e di accettare infine un vicepresidente che pur non avendo diritti costituzionali alla successione (e anche se nessuno lo dichiara ufficialmente) risulta di fatto colui che prenderà  il suo posto, se la rivolta popolare lo consentirà .
Mubarak diventò presidente quando Anwar Sadat, del quale era il vice, fu assassinato, nell’81. Omar Suleiman era da un pezzo l’uomo forte del regime, dopo il presidente. A fargli ombra era da qualche stagione il figlio, Gamal Mubarak, che gli aveva tolto appunto il prestigio di probabile, se non designato, successore. Benché fosse il responsabile dell’intelligence egiziana dal ‘93 (e nei due anni precedenti lo era stato dei servizi di sicurezza militari), Suleiman fu conosciuto come tale soltanto nel 2000, e fu un avvenimento singolare perché prima d’allora l’identità  del capo dei Mukhabarates-A’amat (i servizi segreti) era nota soltanto ai più alti esponenti del governo. L’eccezione riservata a Suleiman era dovuta alla fiducia che Mubarak, uomo profondamente diffidente, aveva in lui, e anche all’impressione che i compiti affidatigli andassero ben al di là  di quelli di responsabile dell’intelligence.
Mubarak si è via via liberato di tutti i possibili concorrenti. Bastava che un generale, un feldmaresciallo, diventasse troppo popolare e subito veniva in qualche modo emarginato o addirittura discreditato. Il caso del maresciallo Mohamed Abdel-Halim Abu-Ghazala, ministro della Difesa con ambizioni presidenziali, fu tipico. Mubarak gli stroncò la carriera, lo mise fuori gioco coinvolgendolo in uno scandalo.
Altri fecero lo stessa fine perché troppo carismatici. La fedeltà  assoluta al raìs ha sempre messo Omar Suleiman al di sopra di ogni sospetto. Rispettato dagli americani, che lo considerano da un pezzo un interlocutore di primo piano, e non soltanto perché eminenza grigia di Mubarak, in particolare apprezzato e sostenuto dalla Cia, e collega rispettato dal Mossad israeliano, il nuovo vicepresidente ha tutte le carte in regola per garantite la continuità  dei rapporti con i paesi alleati o vicini. Ma sembra incarnare – forse troppo – la continuità  per rassicurare gli egiziani in rivolta che vogliono un cambio di regime. Può un campione dell’intelligence, (considerato nelle capitali che contano «uno dei capi dello spionaggio più abili e potenti del mondo») essere un buon raìs?
Omars Suleiman ha 74 anni ed è nato nel Sud dell’Egitto, a Qina, che ha lasciato per entrare nell’accademia militare del Cairo, e poi per seguire corsi di addestramento a Mosca (come è accaduto a Hosni Mubarak in quanto pilota), quando l’Egitto di Nasser era alleato dell’Unione Sovietica. Si è laureato in scienze politiche; ed è quando è entrato nei servizi segreti che è cominciato il suo lungo rapporto con gli Stati Uniti. La sua notorietà  è diventata internazionale come negoziatore tra i gruppi palestinesi in lotta tra di loro a Gaza; e come mediatore, in varie occasioni, tra palestinesi e israeliani per concordare tregue o annodare negoziati. Da qui una profonda conoscenza degli uni e degli altri.
Basta il suo sommario stato di servizio per capire le ragioni della nomina improvvisa di Omar Suleiman a vicepresidente nel pieno della crisi. Come accade dal 1952, quando il generale Mohammed Naguib mandò in esilio re Faruk e un anno dopo diventò il primo presidente della Repubblica, i militari decidono la successione e affidano la massima carica a un ufficiale: dopo Naghib, Nasser, Sadat e Mubarak. Questa volta l’operazione si annuncia incerta, ricca di incognite e di colpi di scena, perché influenzata da quel che accade sulle piazze egiziane dove regna la diffidenza verso tutte le decisioni del potere, e soffia forte l’entusiasmo sollevato dagli straordinari successi ottenuti in pochi giorni di rivolta, contro un regime ritenuto inviolabile.
Al contrario di altri eserciti arabi (ad esempio l’algerino) quello egiziano non ha alcun diritto di tutela sul presidente della Repubblica, il quale è il comandante supremo. È lui che nomina i generali e che, una volta andati in pensione, li designa come governatori delle varie province o direttori di aziende o enti di Stato. L’esercito influenza direttamente la vita interna attraverso i vasti settori dell’economia che controlla, dalle industrie degli armamenti a quelle agro-alimentari. Senza contare gli alberghi, i cementifici, l’edilizia e il petrolio.
Inoltre, poiché in Egitto è in vigore dal 1981 lo stato d’emergenza contro il terrorismo, i militari esercitano un potere giudiziario attraverso i tribunali militari. Benché dalla guerra del ‘73, l’ultima contro Israele, non siano più impegnate in operazioni ai confini, le forze armate (468 mila uomini), in particolare gli ufficiali, usufruiscono di molti privilegi: abitazioni migliori, centri commerciali a parte, club sportivi. E la carriera consente avanzamenti sociali anche a giovani usciti da classi svantaggiate.
I soldati che fraternizzano per le strade con i manifestanti, lasciando persino che scrivano sui mezzi blindati slogan contro Mubarak, sono ansiosi di distinguersi dai poliziotti, e soprattutto dai reparti al servizio del Ministero degli Interni, e destinati alla repressione. L’esercito cerca di imporre l’ordine senza usare le armi contro manifestanti impegnati nella difesa di idee popolari. Se le usasse perderebbe la sua dignità  e anche l’affezione della gente aggiudicatagli dalla tradizione. Un vicepresidente come Omar Suleiman, vecchia volpe dello spionaggio, ma anche conoscitore della sua gente, psicologo accorto, commetterà  difficilmente un errore del genere. Pare lui abbia la sensibilità  di cui manca ormai Mubarak.
Gli avvenimenti potrebbero tuttavia spingere la situazione a un punto in cui la vera natura del regime finirebbe col prevalere. Dal 1978, da quando ha fatto la pace con Israele, l’aiuto militare americani all’Egitto ha raggiunto la rilevante somma di 35 miliardi di dollari. Quasi un miliardo e mezzo all’anno. Soltanto gli eserciti israeliano, pakistano, e afgano ricevono più sovvenzioni. Ma Washington ha fatto chiaramente intendere che gli aiuti difficilmente potrebbero continuare se l’esercito che contribuisce ad armare sparasse sulla folla. Bush jr faceva le crociate democratiche a suon di bombe. Obama, per fortuna, tiene alla coscienza.
Dunque, per smorzare una rivolta popolare provocata dalla collera, è intervenuto l’establishment militare, inevitabile nei casi di estrema urgenza nazionale. E l’establishment militare, dopo probabile consulto con gli americani, è ricorso al suo grande esperto di intelligence, a un grande capo dello spionaggio, a Omar Suleiman, affinché compia il miracolo: vuoti le piazze, col minimo spargimento di sangue, e salvi quindi la coscienza degli alleati occidentali dell’Egitto. E con essa, con la coscienza degli alleati, salvi anche il regime, causa di tutti i malanni, ma anche punto di equilibrio di una situazione mediorientale tormentata, e in apparenza irrimediabile.


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