Il fruttivendolo con la laurea Mohammed, lo Jan Palach arabo

TUNISI – In uno degli ultimi istanti della triste vicenda umana di Mohammed al Bouazizi, lo Jan Palach tunisino, c’è una foto che gela il sangue. Di lui in ospedale, bendato a letto, con Ben Ali al suo capezzale. Oddio, fasciato com’è, dalla testa ai piedi, potrebbe anche essere un figurante, una comparsa per la propaganda di regime: il presidente affranto accanto al corpo straziato del giovane, attorniato da una folla di medici e infermieri dall’aria impaurita.
Come che sia, la messinscena non è riuscita. Mohammed suo malgrado è riuscito farsi beffe di quell’ultimo affronto. La gente si è riversata in piazza e ha cominciato a ribellarsi proprio grazie a lui. Che diventerà  un simbolo proprio come quel ragazzo cecoslovacco di 42 anni fa.
Ma chi era questo ventiseienne disoccupato, originario di una piccola, povera città , Sidi Bouzid, dell’interno ovest tunisino?
Salem, uno dei suoi quattro fratelli, racconta che era la persona migliore del mondo. «Un sognatore che grazie ai sacrifici dei nostri genitori era riuscito a laurearsi in lingua e letteratura araba. L’orgoglio di tutti noi. Mia madre non stava nei panni per la gioia». Pensava che con quel pezzo di carta il suo ragazzo avrebbe potuto avere un futuro migliore del suo. E, perché no?, aiutare anche la famiglia, soprattutto dopo che era venuto a mancare il padre. Ma non è andata così. La Tunisia non conosce il merito. Se sei povero, rimani povero. Sei non hai agganci, resti al palo. Uno, dieci, cento inutili tentativi di far fruttare quel titolo di dottore, avevano infine costretto Mohammed a una scelta dolorosa, anche se l’unica possibile: provare a vendere al mercato un po’ di frutta, verdura e legumi. Senza permesso però, perché anche per quello c’è bisogno di soldi e conoscenze. Sveglia all’alba, un’infinità  di ore di lavoro per pochi dinari, appena sufficienti a sfamare sei bocche. Una vitaccia.
«Ma lui – continua Salem – non l’ho mai sentito lamentarsi. Anzi, mi faceva coraggio, vedrai che prima o poi qualcosa succede e per noi le cose si aggiustano».
17 dicembre, venerdì. Alle dieci del mattino del suo ultimo giorno di vita, Mohammed con il suo carrettino è già  da un bel po’ nella piazza di Sidi Bouzid. Non potrebbe starci, non ha il premesso, ma come si fa a non tollerare questo piccolo “reato” in un paese dove il lavoro è una chimera? Due poliziotti non la pensano così e gli si avvicinano. Gli contestano di essere un abusivo, e in breve gli sequestrano tutta la merce. Che avrà  avuto un valore complessivo di nemmeno venti euro. Una miseria, dunque, ma era tutto il suo capitale. Mohammed non ci sta, prima fa la voce grossa, poi cerca di essere conciliante, ma quei due non vogliono sentire ragioni. Parlano di legge che va rispettata. Mohammed non si perde d’animo, è uno che le parole le sa usare, e decide di entrare nel palazzo della prefettura per parlare con un funzionario. Nemmeno lo ricevono.
C’è evidentemente un momento nella vita di ogni uomo in cui un sola azione, parola o torto colmano la misura. Ed è proprio quello il momento in cui il dottor Mohammed Biuazizi decide di dire basta. Scende le scale della prefettura, lancia un urlo, si cosparge il corpo di benzina e si dà  fuoco. Diventa una torcia umana. Finirà  al reparto grandi ustionati dell’ospedale civile di Tunisi. È spacciato, ma rimane in vita in una infinita agonia per ben 17 giorni. Il tempo sufficiente perché Ben Ali gli faccia visita, e finga di fare giustizia annunciando la rimozione del prefetto e il trasferimento dei due poliziotti.


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