Il welfare dell’arrangiarsi

NAPOLI. Il tempo è scaduto, dopo 24, 30, e in certi casi anche 34 mesi di mancati pagamenti alle cooperative sociali il welfare va in rosso, e non perché il comune di Napoli dica qualcosa di sinistra, bensì perché sono passate settimane, promesse su promesse di ripianare i debiti, ma il terzo settore resta in balia dei creditori. Giovedì, dopo aver occupato il Palazzo Reale, i lavoratori si sono “installati” negli uffici dell’assessore al bilancio Michele Saggese e vi hanno passato la notte, ma l’occupazione è stata dichiarata a oltranza finché i soldi non arriveranno. La determinazione è fondamentale e l’assessore circondato. Infatti se è vero che i tagli del governo all’assistenza delle fasce più deboli sono stati falcidianti, e la regione di Stefano Caldoro non ha nessuna intenzione di tendere una mano al sindaco Iervolino in piena campagna elettorale per il prossimo sostituto, è pur vero che la giunta di Palazzo San Giacomo ha diverse responsabilità .
Quattro operatori affacciati al balcone che dà  su piazza Municipio lo confermano con un cenno del capo. Sono loro che qui nella stanza dell’assessore hanno passato la notte: «Sarà  la prima di una lunga serie», urlano con le mani intorno alla bocca per amplificare la voce. Giù, davanti al portone “sorvegliato” dai vigili urbani, c’è il presidio composto da qualche centinaio di lavoratori del terzo settore. Tutti alzano la testa per sentire, ma nessuno può salire, nemmeno i giornalisti. Gli operatori restano asserragliati e hanno anche cominciato lo sciopero della fame, insieme a Sergio D’Angelo, presidente del comitato “Il Welfare non è un lusso”, che vede unite 150 associazioni e cooperative sociali attive su tutto il territorio regionale, con oltre 20mila operatori che gestiscono servizi socio-assistenziali e socio-sanitari per circa 50mila utenti.
«Non mettiamo in dubbio la pesante riduzione delle risorse a livello nazionale e l’ostilità  della regione verso il comune – ci dice D’Angelo al telefono – ma ci sono molte responsabilità  anche da parte dell’amministrazione cittadina che ha speso i soldi in partecipate e società  miste invece di sostenere le fasce deboli».
Insomma, per il comitato anche il comune dovrebbe fare una scelta di campo perché “per strada” non finiscono solo i lavoratori, ma restano senza cure pazienti con problemi psichici, malati di Alzheimer, disabili, anziani e tossicodipendenti, per non parlare dei progetti che coinvolgono i ragazzi a rischio, le donne vittime di violenza, le case famiglia lasciate senza soldi perfino per pagare le bollette. Senza contare che i servizi già  sono limitati e che gli ultimi sono da sempre costretti ad “arrangiarsi”: a Napoli, secondo i dati del comitato, si spende solo lo 0,1% del bilancio per il terzo settore. In numeri il debito verso le associazioni e le cooperative è cresciuto a dismisura, sono circa 100 milioni di euro, ma la drammaticità  della situazione è aggravata perché l’amministrazione non riesce nemmeno ad attivare la cessione del credito alle banche, che permetterebbe di saldare almeno in parte la cifra. Il comitato chiede quindi al sindaco, all’assessore Saggese, a quello per le politiche sociali Giulio Riccio, di pretendere dal governo una deroga al decreto Mancini, affinché le spese per il welfare siano inserite prioritariamente e quindi pagate subito. Ci sarebbero infine da pagare immediatamente almeno 2,7 milioni dei progetti già  finanziati dalla regione e dall’Ue che non sono di responsabilità  comunale, per il quale Palazzo San Giacomo ha sborsato solo una parte su un totale di 4milioni e mezzo di euro.
«Il presidente del comitato fino a questo momento ha fatto i salti mortali per saldare i conti – spiega Gabriella Iermanno, un’assistente sociale domiciliare – ma ormai dopo 34 mesi non si può andare avanti. Ci sono tagli alla spesa sociale anche per il 70%, ma che politiche sono? E poi noi cosa dobbiamo dire ai malati, agli anziani: non rientri nel budget devi restare a letto?» Anche Dolores Esposito è una delle assistenti domiciliari che ha intenzione di protestare in piazza finché non ci saranno risposte certe: «Si tratta di una scelta politica – dice – definiamo quanto vale il lavoro del terzo settore, qui abbiamo tutti bisogno di certezze e non di essere trattati come qualcosa di instabile che oggi serve e domani non più, e anche un problema di responsabilità  rispetto ai malati che accudiamo».

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CAMPANIA Fondatore di Psichiatria democratica, ha chiuso Materdomini e il Frullone
Sergio Piro, padre della legge anti-manicomi
Sergio Piro (1927-2009) è stato uno dei più importanti psichiatri italiani. Tra i fondatori di Psichiatria Democratica, interlocutore privilegiato di Franco Basaglia, ha diretto e condotto alla chiusura alcuni grandi manicomi come quello di Materdomini e il Frullone. In Campania è opera sua la legge regionale 1/83, a tutt’oggi considerata una delle più avanzate sull’argomento.
In Quando ho i soldi mi compro un pianoforte racconta: «A Napoli abbiamo sconfitto il II Policlinico che voleva applicarlo (l’elettroshock, ndr), ma l’ha fatto con tanta timidezza che siamo riusciti a scoraggiarne la pratica. Mentre altre terapie, invece, sono morte perché erano troppo complicate, come l’insulinoterapia. Come dicevi l’elettroshock continua a farsi in Italia e in tutto il mondo, devo dire con una sfiducia crescente nei Paesi dove non c’è stata la critica anti-istituzionale, cioè anche lì l’evento miracolistico si vede più nel farmaco. Sarebbe compito dello Stato intervenire nel vietare determinate pratiche. Sono intervenuto per un caso di un ragazzo di Ercolano, che avrebbe bisogno di cura e riabilitazione nel suo ambiente domestico, invece continuano a somministrargli dei medicinali, facendogli ogni 15 giorni un’iniezione, e quando si rifiuta lo afferrano e gliela fanno attraverso i pantaloni. Il ragazzo avrebbe bisogno di un contatto umano, di qualcuno che vada sistematicamente a casa sua, visto che lui non si vuole recare al servizio territoriale. Il servizio di salute mentale dovrebbe fare questo, invece l’hanno mandato in una clinica privata, che è un manicomio vero e proprio; l’Asl ne sostiene i costi del ricovero. Naturalmente anche i familiari debbono essere sostenuti, debbono poter continuare la loro vita normale, perché altrimenti è meglio che il paziente sia separato e mandato in comunità , ma anche la comunità , se il caso è grave, deve essere gestita con criteri molto umani, se il caso non è grave deve essere un’abitazione e basta».

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IL LIBRO
La rivoluzione basagliana in Campania
Adriana Pollice
Tagliare il welfare, un imperativo che dal governo rimbalza in regione Campania. Uno dei primi effetti è stata la chiusura dei centri diurni, strutture aperte alla comunità  in cui affrontare il disagio mentale senza la contenzione fisica, piuttosto con la formazione a lavoro, corsi d’arte e una rete di relazioni con le realtà  del territorio. Le Asl sono parzialmente tornate sui propri passi, concedendo una proroga di tre mesi alle cooperative che hanno vinto il bando regionale. La volontà  politica, però, va verso una strategia che consenta di annullare la gara, troppo oneroso l’impegno economico è il refrain, la realtà  è che si va verso la progressiva cancellazione delle politiche sociali in favore della privatizzazione dei servizi. Chi ha i soldi potrà  ricorrere alle strutture a pagamento, magari accreditate, per le famiglie a basso reddito un livello residuale di assistenza, con il disagio mentale trasformato in un dramma privato.
Dalla legge Basaglia del 1978 ci sono voluti trent’anni per la chiusura completa dei manicomi, restano ancora aperti sei ospedali psichiatrici giudiziari, due in Campania (Napoli, Aversa, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto). Ospitano circa 1.500 persone rinchiuse per ordine della magistratura. Almeno 413 potrebbero uscire se sul territorio ci fossero le strutture adatte ad accoglierli. Oggi all’opg di Aversa ci sarà  la giornata conclusiva del Forum Salute Mentale, dal 23 al 25 febbraio al Leonardo Bianchi occupato dagli operatori sociali si terrà  un incontro nazionale sul welfare, un cantiere sulla crisi e sui diritti perché è sempre più evidente il tentativo di rimettere le lancette indietro a prima del ’78. Per riscoprire cosa ci eravamo lasciati alle spalle basta leggere Quando ho i soldi mi compro un pianoforte (Liguori editore, 123 pagine, 16,90 euro) di Sergio Piro e Candida Carrino, un libro intervista a uno dei protagonisti della rivoluzione basagliana in Campania.
«I manicomi – spiega Candida Carrino, che ha lavorato agli archivi degli ex ospedali psichiatrici – sono stati delle strutture per contenere l’insicurezza, isolare. Dalla contenzione fisica si è passati, dagli anni ’50 in poi, a quella chimica, l’elettroshock una pratica mai dismessa. Negli opg ancora oggi si resta legati al letto per 3, 4 mesi. In Campania ci sono circa 5mila ricoverati in strutture private, veri e propri manicomi, finanziati anche con i soldi delle Asl». Esperienze come le borse lavoro in passato sono state occasioni sprecate: «A San Cipriano d’Aversa – racconta ancora – formai degli archivisti, avevano appena la terza media ma divennero impiegati efficientissimi. Qualcuno riuscì a trovare un piccolo impiego al comune o in qualche ditta privata ma, nel complesso, in Campania è mancata la fase finale di reale inserimento, che li avrebbe resi autonomi».
Sergio Piro è stato uno dei protagonisti delle chiusure dei manicomi, come il Frullone, dismesso nell’agosto 1990, quasi in sordina, perché le figure di vertice nella gestione delle strutture resistevano, temendo di perdere incarico e prestigio. Appena venti anni fa, quando ancora le donne venivano internate soprattutto perché vivevano liberamente la loro sessualità : «Sergio riuscì a rimandare a case quelle che venivano da Napoli, ma chi era dell’hinterland non veniva riaccolto a casa». Il Leonardo Bianchi, con i suoi 4mila ricoverati, era quasi una piccola cittadella, alla chiusura se ne contavano ancora 79. Nei manicomi spesso c’erano piccole officine dove gli internati lavoravano, la paga un terzo più bassa, depositata su libretti di risparmio. «Per anni – ricorda Candida Carrino – gli infermieri hanno gestito piccoli traffici approfittando dei malati, fino al furto delle pensioni. Molte, non riscosse, sono finite nelle casse delle banche». Le case famiglia sono state la risposta alla reclusione forzata. I centri diurni dovevano servire a dare una risposta nei momenti di crisi acuta, per avviare poi un percorso verso l’autonomia. Sergio Piro, soprattutto, è stato un maestro: «Per sette anni ha avuto una sua scuola di formazione gratuita e aperta a tutti, il principio era che chiunque con qualunque formazione poteva appassionarsi alla psicoterapia, una gestione polifonica e multidisciplinare. Ha detto basta quando hanno provato a trasformare una libera esperienza in un percorso istituzionalizzato finalizzato all’attestato».


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