Israele, il tramonto laburista

Mentre l’occupazione dei territori palestinesi resta là , da sessanta anni, come un macigno, gli equilibri interni allo Stato ebraico sono in ebollizione. L’ultimo colpo di scena lo ha riservato, lunedì 17 gennaio, in una conferenza stampa a Gerusalemme, il ministro degli Esteri Ehud Barak.

Pur ricoprendo un ruolo importante nell’esecutivo di Tel Aviv, guidato dal partito Likud, Barak rimaneva il leader del partito laburista. Adesso non lo è più, avendo fondato il partito Atzmaut (Indipendenza in ebraico), che ”si colloca al centro e sarà  sionista e democratico”, come ha spiegato lo stesso Barak ai giornalisti.

Rimandando ad altra sede la discussione se ‘sionista’ e ‘democratico’ possano convivere come categorie della storia e dell’etica, resta il dato politico: il partito laburista ha subito l’ultimo colpo di una lunga serie. Fatale? Presto per dirlo, ma se il leader incaricato di ricostruire un partito che ha contribuito a distruggere scappa altrove, il futuro non è roseo. D’altronde il tramonto dei laburisti israeliani parte da lontano e trova nella figura di Barak il suo rottamatore. Ehud Barak, però, è molto di più.

Una storia, la sua, che merita di essere raccontata. Nato Ehud Brog, nel 1942, figlio di due ebrei immigrati uno dalla Lituania e uno dalla Polonia, nel kibbutz Mishmar Hasharon. Due sopravvissuti all’Olocausto, fondatori del loro kibbutz. Una sorta di manifesto dell’epoca, tra sionismo e socialismo. Costruttori del nuovo mondo, del nuovo ebreo. Il vecchio mondo, fatto di pogrom e campi di sterminio, andava rimosso. Il giovane Ehud, come tanti della sua generazione, cambia il suo cognome: sceglie Barak, in ebraico ‘folgorante’.

Laureato in Fisica e Matematica all’Università  di Gerusalemme nel 1976, si trasferisce negli Usa per un master sui sistemi economici alla Stanford University in California, ottenuto nel 1978. Un profilo culturale di alto livello, che impallidisce comunque al cospetto del curricula del soldato Ehud. Risulta, infatti, il militare più decorato della storia d’Israele che, pur essendo relativamente giovane come Paese (proclamato nel 1948) non ha mancato di offrire ai suoi cittadini occasioni di distinguersi in guerra. Le sue imprese, quasi tutte legate ai corpi d’élite dell’esercito e dei commandos anti-terrorismo, gli portano in dote l’incarico di capo di Stato maggiore.

Titolo guadagnato in tante missioni, ma soprattutto nel raid del 1972 all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, dove un commando palestinese aveva sequestrato novantasette persone su un volo per il Belgio. Azione perfetta, secondo i canoni militari: massacrati i palestinesi, liberi e incolumi gli ostaggi. Ai suoi ordini, scherzi del destino, un giovane Benjamin Netanyahu, attuale suo primo ministro. L’episodio della carriera militare che Barak pubblicizza di meno, invece, è avvenuto un anno dopo. Incursione dell’esercito israeliano in un campo profughi palestinesi in Libano: Barak si fa fotografare, ancora travestito da donna, sui cadaveri di tre miliziani, come un cacciatore con il suo macabro trofeo.

Seguendo un percorso simile a quasi tutti gli alti ufficiali dell’esercito israeliano, le azioni di guerra (se brutali meglio ancora, come nel caso di Ariel Sharon) aiutano in politica. Entra nelle file laburiste, una tradizione di famiglia. Come nello spirito dei suoi genitori e di tutta quella generazione. Il partito laburista ha governato Israele dal 1948 alla fine degli anni Settanta, per poi tornare al potere nel 1984 con i rivali storici del Likud. Gli anni Novanta segnalano i tempi della crisi per i laburisti, proprio quando Barak si affaccia alle poltrone che contano. Dopo l’omicidio di Rabin, nel 1994, Barak diventa ministro degli Esteri nel governo di Shimon Peres.

Dopo la sconfitta elettorale, nel 1996, Barak ha guidato l’opposizione parlamentare al governo conservatore guidato proprio dal suo vecchio sottoposto Netanyahu. Recupera e vince lui nel 1999, diventando primo ministro sino al 2001. Ancora una sconfitta, questa volta contro Ariel Sharon. Tutti i media si affannano nel tessere le lodi di questo ex militare capace di realizzare il ritiro dal Libano meridionale e di offrire – a Camp David – un accordo di pace ‘irrinunciabile’ all’allora leader palestinese Yasser Arafat. Oggi non è più un segreto che l’accordo offerto ad Arafat fosse una trappola diplomatica.

La vulgata dell’offerta irrinunciabile resta viva, al punto che si ritorce contro lo stesso Barak in patria. Si ritira a vita privata, fino al 2005, quando un partito laburista cerca un nuovo leader. Lui prima tenta di candidarsi, poi appoggia Shimon Peres, ma vince Amir Peretz. Figure ormai sorpassate, e nel 2007 Barak rientra dalla porta principale e si riprende la leadership del Partito Laburista. Il primo ministro, in quei giorni, è Ehud Olmert, leader del partito Kadima. Fondato anni prima da Ariel Sharon, altro ‘eroe’ di guerra, falco del Likud. Il Kadima è una formazione di centro che vince subito le elezioni, sancendo la fine del bipolarismo in Israele. Il partito Laburista aveva comunque una grande occasione: la destra era divisa.

Barak, invece, decide di restare al governo con loro e si macchia della responsabilità  – per ora solo morale, ma per alcuni giuristi internazionali anche penale – della barbarie chiamata Operazione Piombo Fuso, scatenata dall’esercito israeliano alla fine del 2008 nella Striscia di Gaza. Più di 1400 civili massacrati, uso di armi non convenzionali e così via.

Ecco che le dimissioni di lunedì e la fondazione di un nuovo partito di centro non sono che la naturale conseguenza del ‘patto con il diavolo’ stretto da Barak con il Kadima prima e con il Likud adesso. Sempre sulla stessa poltrona, sempre a ordinare azioni militari che violano le convenzioni internazionali sui diritti umani. Può cambiare il partito o la coalizione di governo, ma Barak è il simbolo di una classe dirigente largamente militarizzata che, al contrario del sogno dei loro genitori e delle idee che i laburisti dell’epoca impersonavano agli occhi del mondo, hanno fatto ‘dell’ebreo nuovo’ un killer in divisa. I laburisti non li ha uccisi Barak, ma la loro incapacità  di costruire uno Stato capace di riconoscere l’olocausto e il sogno dell’altro.


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