La condanna di Bruxelles “Sanzioni a Lukashenko”

Mosca – Questa volta ha proprio esagerato. Aleksandr Lukashenko, presidente bielorusso e ultimo dittatore d’Europa, è riuscito a far perdere la pazienza perfino all’Unione Europea, sempre piuttosto timida e problematica quando c’è da condannare il mancato rispetto dei diritti umani. Dopo anni di silenzio connivente e di sotterranei accordi economici e finanziari, Bruxelles ha detto basta: saranno confermate e rafforzate le sanzioni contro la Bielorussia e soprattutto sarà  ripristinato per Lukashenko e per una quarantina dei suoi gerarchi il divieto di ingresso nei paesi dell’Unione, misteriosamente sospeso due anni fa. Gli ultimi episodi non hanno infatti consentito altri tentennamenti. Dal 19 dicembre in questa piccola ex repubblica di frontiera dell’Unione Sovietica sono ancora in carcere almeno duecento tra candidati, militanti dell’opposizione e giornalisti, arrestati in retate selvagge dopo un tentativo di manifestazione di protesta per l’ennesimo risultato elettorale platealmente falsato.
Di loro non si sa niente, nemmeno i capi di imputazione. Sono come scomparsi. Qualcuno potrebbe anche essere stato ucciso. Qualche altro si nasconde per evitare un altro arresto, braccato dal Kgb che qui non ha cambiato la famigerata sigla sovietica e che è diventato sempre più ossessivo nella caccia a ogni forma di dissenso. Gli appelli dei familiari, degli ambasciatori europei e degli Stati Uniti non hanno avuto risposte. In compenso è stato chiuso d’autorità  l’ufficio di Minsk dell’Osce i cui osservatori avevano osato mettere in dubbio la legittimità  del voto. Un voto condotto con modalità  bizzarre con centinaia di migliaia di schede accumulate per tempo grazie alla singolare iniziativa del “voto anticipato volontario” raccolto in uffici, fabbriche e villaggi di periferia da minacciosi funzionari di polizia.
Troppo anche per la Ue che pure aveva tentato di avvolgere Lukashenko in un abbraccio “democratizzatore” ammorbidendo via via le sanzioni imposte dopo le elezioni del 2006 e facendogli balenare la possibilità  di entrare nel giro del cosiddetto partenariato orientale, dedicato agli ex paesi dell’area comunista. Operazione che aveva dato qualche esito diplomatico quando Lukashenko si era rifiutato di riconoscere le repubbliche di Abkhazia e Ossetia del Nord strappate alla Georgia dal potente alleato russo. E aveva concesso a molte imprese italiane, tedesche e francesi di stipulare contratti e joint venture nel mercato vergine e a basso costo della Bielorussia. In compenso l’ammorbidimento non dichiarato della Ue era stata una vera catastrofe per i dissidenti abbandonati. «Arresti e perquisizioni sono all’ordine del giorno – racconta lo scrittore Mikhas Bashura – c’è sempre una scusa diversa e platealmente inventata: l’assicurazione non pagata, la frequentazione di personaggi sospetti. Ti mettono in galera per un po’. Poi ti rimettono fuori sperando che tu abbia imparato la lezione». In questo clima era stata gradita da Lukashenko la decisione di Silvio Berlusconi di rendergli nel 2009 una spettacolare visita a Minsk che per mesi è stata rilanciata da tv e giornali come simbolo dell’amicizia europea. Le parole al miele rivolte dal nostro premier al Presidente vengono ancora citate come esempio. Stessa cosa per le immagini dei due incontri con papa Ratzinger a Minsk e in Vaticano dove Sua Santità  consentì bonariamente al piccolo Kolja di tirare qualche calcio al pallone nel suo studio. Kolja ha sei anni è il figlio minore dell’ultimo dittatore d’Europa e pare che sia già  stato designato a prendere il suo posto in un paese che ha perso la sensazione del tempo e del diritto.


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