L’altra faccia della rivoluzione tornano in scena i partiti islamici

L’Egitto è in rivolta. A nulla è valso il tentativo di Mubarak di cambiare tutto perché nulla cambi. A poco è servito nominare un nuovo governo, Suleiman vicepresidente e Shafiq premier. All’insegna della richiesta di dimissioni dell’uomo che governa il paese da trent’anni, la protesta dilaga.
Passando la mano all’esercito, Mubarak puntava a presentarsi agli Stati Uniti come l’unico elemento di continuità  possibile in una transizione che può divenire tellurica.
Lo spettro è sempre quello dell’islam politico: un fantasma che ha garantito l’appoggio americano al raìs ben prima dell’11 settembre. Dopo il 1981 l’Egitto ha assunto il ruolo di attore del contenimento islamista attraverso un modello inclusione-repressione fondato sull’interdizione dalla scena politica dei Fratelli Musulmani e il pugno di ferro nei confronti dei radicali che contestavano, oltre che il “regime empio”, la scelta gradualista della Fratellanza. Una mossa che impediva agli islamisti di fare politica ma consentiva loro di agire nel sociale, sul terreno dell’educazione e del welfare religioso. Almeno sino a quando, per effetto di questa stessa azione di reislamizzazione dal basso, il loro peso politico cresceva.
In molte cancellerie occidentali, ma anche nei meandri del potere mediorientale, i maggiori timori riguardano oggi proprio la Fratellanza, associazione religiosa ma anche partito politico di massa, unica forza organizzata e diffusa territorialmente nel panorama egiziano, guidata da una dirigenza in cui sono assai influenti gli esponenti di quella borghesia religiosa che da anni controlla gli ordini professionali di medici, avvocati, ingegneri. Disposta a un’alleanza con i partiti laici e di sinistra che chieda elezioni libere, sfociata negli anni scorsi nel cartello di opposizione Kifaya.
Ma i Fratelli non sono il perno di una rivolta che, pure dopo il precedente tunisino, ha sorpreso anche i loro leader. A dimostrazione della loro capacità  tattica, ma anche della consapevolezza di non essere all’origine della protesta, essi danno ora la loro investitura, come leader provvisorio dell’opposizione incaricato di negoziare il processo di transizione, a El Baradei
La rivolta in riva al Nilo, come quella dei “gelsomini”, è figlia della bomba demografica, della diffusione dell’istruzione, della potenza comunicativa della Rete e di tv come Al Jazeera, che non a caso il vecchio e il nuovo governo egiziano hanno, con diverso successo, voluto “spegnere”. Una protesta esplosa tra i giovani disoccupati, che chiedono lavoro, libertà  e dignità , più che lo Stato islamico. Giovani che preferiscono i social network ai discorsi di Hassan al-Banna, lo storico fondatore dei Fratelli; e che bussano all’ingresso, negato, della modernità  anziché al portone della moschea.
Come già  nella rivolta tunisina, e prima ancora in quella, fallita, iraniana, quello che colpisce è lo “spontaneismo” che ha reso la protesta tanto più forte quanto inattesa in Stati di polizia che si sono rivelati ciechi. Ma in questa spontaneità  è insito un limite. Se le vecchie opposizioni non hanno compreso che il vulcano stava per eruttare, rivelando scarsa sintonia con giovani che non sanno che farsene di antiche ricette politiche e ideologiche, le nuove generazioni non possono ancora esprimere un ruolo dirigente. Rovesciano ma non sanno ancora cosa costruire. La stessa cosa potrebbe accadere in Tunisia, dove da un lungo esilio è rientrato Rachid Gannouchi, il fondatore di “An Nahda”, formazione di antica filiera della Fratellanza, che oggi guarda all’Akp turco come riferimento ideale.
Un test difficile anche per gli Usa, quello del ruolo dei partiti islamisti neotradizionalisti, con i quali in questi ultimi anni non hanno affatto disdegnato i contatti: evitando così di confonderli con i radicali di Al Qaeda che li combattono accusandoli di essere una sorta di “revisionisti islamici”. Ai tempi dell’esportazione manu militari della democrazia, l’amministrazione Bush non pensava, come ritenevano illusoriamente alcuni neocon, che a smobilitare dovessero essere anche i leader di Egitto o Arabia Saudita. Oggi, in un’eterogenesi dei fini che ha il sapore di una profetica nemesi, quella possibilità  si fa concreta: almeno all’ombra delle Piramidi. Ma democrazia significa libera competizione per tutti; anche per i potenziali nemici della democrazia. Se, in nome della realpolitik e della tutela a oltranza di equilibri geopolitici i processi di democratizzazione fossero ibernati, il futuro sarebbe ancora più problematico dell’incerto e convulso presente. Dopo un primo riflesso condizionato, la Casa Bianca lo ha capito e Obama ha ribadito le sue ispirazioni originarie: mai contro i popoli che invocano la fine di regimi autoritari. La sfida è difficile, ma l’alternativa è l’esplodere per contagio di nuove rivolte inevitabilmente antiamericane.


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