«Ridurre Gaza al collasso»

«Nel quadro di un piano di embargo generale contro Gaza fonti governative israeliane hanno confermato in diverse occasioni l’intenzione di tenere l’economia di Gaza al limite del collasso, senza però superarlo». Così recita il testo del dispaccio inviato a Washington da un diplomatico statunitense il 3 novembre del 2008, poche settimane prima dell’inizio dell’offensiva israeliana «Piombo fuso» contro Gaza (1.400 palestinesi uccisi, tra i quali donne e bambini). A renderlo noto è stato il sito WikiLeaks, ripreso ieri dal quotidiano norvegese Aftenposten.
Il documento accredita ulteriormente la tesi(non solo palestinese) che l’assedio di Gaza attuato da Israele (e dall’Egitto) non è la risposta al lancio di razzi palestinesi verso il territorio meridionale dello Stato ebraico, ma invece un piano organico volto a tenere sotto pressione la popolazione della Striscia nel tentativo, fallimentare sino ad oggi, di allontanarla dal movimento islamico Hamas. Un «progetto» giocato sulla pelle di un milione e mezzo di abitanti di Gaza e fondato sull’ingresso ridotto al minimo possibile di merci e prodotti, anche di prima necessità . Spinto al punto estremo ma evitando un’ampia crisi umanitaria, indifendibile di fronte alla comunità  internazionale.
Il documento Usa rivela che i servizi di intelligence e i politici israeliani avevano illustrato più volte il loro piano ai loro interlocutori statunitensi, spiegando che l’obiettivo era permettere all’economia di Gaza di funzionare al più basso livello possibile. Riferisce anche di pressioni americane volte a favorire un maggiore ingresso di denaro nella Striscia che però non ebbero successo a causa della resistenza del governo dell’ex premier Olmert, dell’intelligence e dei comandi militari di Israele.
Il dispaccio di WikiLeaks rivela che, poco prima che fosse lanciata «Piombo Fuso», gli Usa proposero il trasferimento a Gaza di circa 70 milioni di dollari, ma il generale israeliano Amos Gilad si oppose. Secondo un altro documento risalente al 2007, Danny Arditi, capo del «servizio antiterrorismo» del Consiglio israeliano di sicurezza nazionale, spiegò che l’obiettivo dell’embargo imposto a Gaza era danneggiare Hamas nella Striscia e guadagnare tempo in vista di un recupero di consensi da parte di Fatah, il partito del presidente dell’Anp Abu Mazen. Politiche e scelte fallimentari, inclusa la devastante offensiva «Piombo fuso», che hanno solo sfiorato il potere di Hamas e colpito duramente solo i civili di Gaza.
Israele aveva imposto il blocco economico già  dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi di cinque anni fa, inasprendolo dopo la presa del potere a Gaza da parte del movimento islamico nel giugno del 2007. L’allora premier Ehud Olmert aveva giustificato questa politica affermando che non avrebbe permesso alla popolazione di Gaza una «vita normale» fino a quando i Qassam fossero continuati a cadere sul sud di Israele. L’obiettivo principale non era di sicurezza ma politico: stringere Hamas in una morsa. A pagare il conto però sono stati i civili. Qualche mese fa il quotidiano Haaretz riportò che i comandi politico-militari israeliani erano giunti al punto da calcolare il fabbisogno minimo di calorie per abitante di Gaza prima di decidere quantità  e modalità  dell’ingresso delle merci nella Striscia.
Tel Aviv afferma di aver ammorbidito il blocco di Gaza in seguito all’arrembaggio, avvenuto lo scorso maggio in acque territoriali, da parte di commando israeliano, delle navi della Freedom Flotilla (vennero uccisi nove civili turchi). Eppure da giugno ad oggi questo «allentamento» non ha avuto un impatto reale, come ha denunciato una coalizione di 21 agenzie e gruppi internazionali che operano in difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International, Oxfam, Paz Christi International, Cafod. La politica di «alleggerimento» prevedeva l’ingresso di materiali e merci «proibite» ma il premier israeliano Netanyahu, afferma la coalizione per i diritti umani, non ha rispettato gli impegni presi a giugno.
Tra questi figurava l’ingresso nella Striscia dei materiali da costruzione destinati alle agenzie dell’Onu e ai progetti finanziati dalla comunità  internazionale, per permettere la ricostruzione di scuole, centri sanitari, ospedali, abitazioni private, sistemi di purificazione dell’acqua, ancora in macerie perché distrutti o danneggiati durante «Piombo fuso». Israele invece ha consentito l’import di materiali da costruzione solamente per 25 progetti di riedificazione di scuole e cliniche gestiti dall’Unrwa, che assiste i profughi palestinesi, ossia solo il 7% dell’intero piano stanziato dalla stessa agenzia per la ricostruzione di Gaza. Anche per i progetti già  approvati, solo una piccola porzione dei materiali necessari ha raggiunto la Striscia.


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