Nella chiesa sfigurata dai kamikaze “Vogliono annientare i copti d’Egitto ma noi continueremo a pregare qui”

Nella chiesa dove, tre giorni dopo il massacro della notte di Capodanno, si concentrano le speranze e le inquietudini della comunità  copta. Uomini e donne di tutte le età , giovani in felpa sportiva e anziani con la classica papalina dai bordi alti, signore in nero e ragazze in jeans affollano l’atrio ai piedi del crocefisso avvolto nel lenzuolo insanguinato fissato all’inferriata della scala interna.
Fuori, le truppe antisommossa, accorse dal Cairo per la bisogna, continuano a mantenere off limits tutta la zona, “specially for the press”, si lascia sfuggire un ufficiale, salvo rettificare precipitosamente appena si rende conto dello scivolone. Ma i cristiani che vogliono andare a pregare nella loro chiesa, o far visita ai parenti ricoverati all’Ospedale Mar Morkos, che sorge proprio accanto al luogo dell’attentato, quelli non possono fermarli.
Appena dentro, la prima cosa che colpisce è il mucchio di panche sfasciate, vetri in frantumi, pezzi di cartongesso sforacchiati, grate di ferro divelte, proiettati in giro dall’onda d’urto ed ora ammonticchiati all’ingresso.
Nell’atrio di questo che non è soltanto un luogo di culto ma il centro attivo di una comunità  che offre ai fedeli del quartiere tutta una serie di servizi, dall’asilo per i più piccoli all’ospizio per gli anziani, dalla scuola per i portatori di handicap, ai corsi di specializzazione per i neolaureati in materie informatiche, sono parcheggiate sette o otto macchine danneggiate dell’esplosione. Una ha il lunotto sfondato, un’altra non ha più le portiere. Una terza deve aver preso in pieno la fiammata penetrata dal cancello perché i sedili sembrano essersi liquefatti. Sono le macchine dei quattro preti che officiavano quella sera, sotto la guida di padre Makar, e di alcuni impiegati dei vari servizi.
Nella chiesa al pian terreno, dove la notte del 31 dicembre si affollavano da 500 a 1000 persone, le macchie di sangue sono state pulite dal pavimento su cui sono stati stesi i corpi dilaniati delle vittime. Tre secchi, una lucidatrice, una batteria di detersivi testimoniano del lavoro fatto. Adesso, le icone dorate, dalla semplicità  primordiale, risplendono nella luce schermata che penetra dalle finestre. E così anche gli affreschi dai colori sgargianti sulla vita di Gesù che, allineati all’ingresso della navata, fanno da contrappunto alle sobrie tinte dell’iconostasi.
«La messa stava per finire, mancava ancora qualche minuto e i fedeli che erano in fondo stavano cominciando ad uscire quando ho sentito il boato – racconta Yosri Zaglul Matta, proprietario di un piccolo bazar a Sharm el Sheik – . Per qualche istante tutto e diventato buio ma subito dopo la chiesa è stata rischiarata da una luce abbagliante. Naturalmente, d’istinto, ho cercato di uscire, ma non ho potuto perché, appena mi sono trovato sulla soglia, una barriera di corpi spezzati, inerti, insanguinati me lo ha impedito. Credo che mi ci vorranno anni per dimenticare questa scena».
«Invece non dobbiamo dimenticare – ribatte Dina al Masry, una signora bionda sulla cui blusa nera si staglia una croce copta d’oro – . Questo non è stato un atto di terrorismo come un altro. Quel kamikaze ha voluto colpire proprio noi, i cristiani d’Egitto, per quello che siamo e per quello che rappresentiamo agli occhi della parte più fanatica ed estremista del mondo islamico». Dina ricorda i numerosi avvertimenti, tra i quali, impressiona particolarmente il comunicato apparso il 2 dicembre sul sito Shamuk al Islam, che ospita spesso i deliri dei militanti di Al Qaeda, dove si invitava a colpire una cinquantina di obiettivi cristiani in Inghilterra, Germania, Francia, Egitto. E, in Egitto, la chiesa dei Due Santi di Alessandria.
Tutto questo giustifica l’ansia senza precedenti con cui si aspetta il Natale copto che cade Venerdì prossimo, 7 Gennaio. Qui non ci sono festoni e luminarie, consumi stratosferici e regali impacchettati nella carta speciale. La tradizione copta vuole che il Natale sia occasione di solidarietà  con i meno fortunati. Così in alcuni monasteri viene uccisa una mucca, la cui carne verrà  destinata a sfamare i poveri, quale che sia la loro fede, anche musulmani.
Ora, che l’attentato di Capodanno possa mettere in discussione la “festa delle feste”, i fedeli presenti nella chiesa dei Due Santi si rifiutano di ipotizzarlo. «Vedrà  che la chiesa sarà  più affollata di prima – enfatizza Zaglul Matta – . Se non venissimo a pregare sarebbe come dichiarare che i terroristi hanno vinto».
Nell’ufficio di padre Makar, un gruppo di fedeli aspetta il prete impegnato con i suoi tre confratelli in un pellegrinaggio di sostegno alle famiglie colpite dall’attentato. Sul suo tavolo ingombro di carte un crocefisso e un modellino di San Pietro, ricordo di un convegno inter religioso romano, tengono fermi i fogli. Qui, tra le persone che siedono sulle poltrone a giro, gli animi sono persino più accesi che fra i fedeli riuniti nell’androne. E i volti decisamente più preoccupati. Una coppia di giovani che portano i segni del lutto, ci esorta a non cercare di differenziare le opinioni. «Noi tutti abbiamo un solo pensiero su quello che è successo ed è che le minacce non ci spaventano».
«Paura? – rincara l’ingegnere Heni Mikhail, proprietario di una azienda che importa macchinari industriali – Paura di che? Di morire? Noi la celebriamo, la morte. Questa è la nostra filosofia». Poi, passando a un atteggiamento più riflessivo, ammette che «l’attentato è stato un vero disastro, in tutti i sensi…E prima di tutto, perché la violenza è stata rivolta contro una comunità  pacifica che ha sempre teso la mano a tutti».
Forse, lo scopo di chi ha mandato il kamikaze era di provocare una guerra civile tra cristiani copti e musulmani egiziani? «Non credo – ribatte Mikhail -. Molti dei miei amici sono musulmani e posso assicurarle che nessuno di loro ha gioito per quel che è successo. Forse qualche fanatico…Piuttosto direi che i terroristi, come hanno sempre fatto, qui, in Egitto, vogliono sfidare il governo, la stabilità  che è una delle prerogative di Mubarak. Ma non credo che prevarranno».
Fuori, la polizia ha raddoppiato i cordoni. Si aspettano le manifestazioni del pomeriggio. Un contingente speciale viene schierato all’ingresso della moschea che sorge davanti alla Chiesa dei Due Santi, ed è in un certo senso un simbolo della competizione tra copti e musulmani. «La nostra chiesa – racconta uno dei cristiani – è stata costruita nel 1971 e, passo dopo passo, s’è sviluppata in quello che vede adesso. La moschea, invece, è arrivata molti anni dopo, costruita senza permessi nel giardino dell’ospedale pubblico, perché loro di licenze non hanno bisogno».


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