Obama a lezione da Reagan la provocazione di “Time” punge l’America progressista

Per i 70 milioni di americani che nel 2008 votarono per Barack Obama, la rivelazione sarebbe, più che una sorpresa, uno shock: avevano creduto di eleggere un «Kennedy abbronzato», come disse il comico Robin Williams, e si ritrovano con un Reagan afroamericano. Almeno così sembra sentenziare il più equilibrato e credibile dei grandi settimanali americani, Time, sparando una copertina che disegna i due presidenti come due amiconi e spiega che Barack ama Ronald.
Quello che Time annuncia ai lettori è insieme una rivelazione e una ovvietà .
Ronald Regan è da anni, come testimoniano le parole scritte dallo stesso Obama nel suo “manifesto biografia” uscito nel 2006, «L’audacia della speranza», un modello di comportamento, di stile. Un esempio di come affrontare il rapporto con la politica e con la nazione, scavalcando le sabbie mobili della politica politicante. Ma è, scrive Time, «più una questione stilistica che sostanziale».
Però è vero che l’enigma centrale della figura di Barack Obama rimane. Chi è, davvero, quest’uomo spinto alla Casa Bianca dal vento del cambiamento che nella realtà  del governo quotidiano ha cambiato poco? È un Bush più presentabile, che si è lentamente “morfizzato”, trasformato nel predecessore, come le Destre americane amavano disegnarlo prima di questo coming out reaganista? È un Kennedy che resuscita addirittura il fantasma dello Sputnik sovietico per scuotere il torpore dello spirito americano? O è un Reagan più raffinato che ha finalmente capito che per governare occorre parlare come lui direttamente al cuore della gente e ignorare le macchinazioni di un Parlamento ostile?
Obama è tutto questo, e niente ancora, un Presidente alla ricerca di se stesso e del proprio stile che oggi, all’inizio del biennio che lo porterà  al voto del novembre 2012, vede nel “modello Reagan” la chiave per risalire nella popolarità  perduta e per governare. Non si tratta di una conversione ideologica o politica, come Time avverte, perchè «Obama e Reagan hanno molti talenti, ma nessuna priorità  in comune». «Politica e personalità  sono due cose diverse», aggiunge Douglas Brinkley, il curatore dei diari di Reagan: «Obama ha deciso di affrontare le difficoltà  del governare alla maniera di Reagan». Analizzare, decostruire il “metodo Ronnie” per imitarne il segreto.
È la formula della “amabilità “, della fermezza nel proverbiale guanto di velluto, dell’ironia sempre dignitosa e mai sguaiata, dello sguardo sereno che il vecchio conservatore repubblicano non aveva mai abbassato, neppure quando l’economia in recessione, lo scontro con l’Urss, la rivolta del Parlamento divenuto di opposizione nel 1982 come lo è ora per Obama, avrebbero potuto inacidirlo. E che, al contrario, fecero di lui il presidente oggi rimpianto anche da chi non lo aveva votato. A una riunione di storici della presidenza invitati a cena da Barack e dalla moglie Michelle, mentre i presenti, un po’ cortigiani, narravano l’epopea e la leggenda del “Camelot” kennedyano o di Lincoln affranto dalla Secessione, il presidente li interruppe: «Parlatemi di Reagan e di come riuscì a vincere sui suoi tempi».
Non è un tradimento, dunque, di quei 70 milioni di elettori questa scoperta che Obama è quello che è sempre stato, un progressista moderato che sa usare la retorica movimentista.
È il riconoscimento di quello che tutti i presidenti scoprono entrando alla Casa Bianca e che soltanto i più bravi sanno capire: che il mondo, e le possibilità  di cambiarlo, sono molto diversi quando sono visti attraverso le vetrate dello Studio Ovale da come apparivano sui palchi dei comizi. «Divenni adulto durante la presidenza Reagan – narra Obama – e detestavo tutto quello che lui faceva». Fino a quando dentro la Casa Bianca ci entrò lui.
E nel suo secondo libro di memorie, ecco che Reagan diventa qualcosa di molto diverso dalla caricatura degli avversari: «Compresi qual era il suo segreto, la sua capacità  di parlare a un’America affamata di ordine e di speranze, una nazione costruita sulla fede nei propri destini collettivi e individuali e nella capacità  di costruire, ciascuno di noi, con integrità  e laboriosità , la propria vita».
«Reagan – dice Lou Cannon, l’autore della massiccia biografia da 800 pagine del vecchio Ronnie che Obama ha studiato durante le vacanze di gennaio alle Hawaii – aveva come proprio modello Franklyn Roosevelt, il suo esatto opposto ideologico». Si rilassino quei 70 milioni di elettori. Reagan non era Roosevelt, come Obama non è Reagan.
L’imitazione, come sanno gli storici, è soltanto la forma più sincera di adulazione.


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