Precari, solo una settimana per i ricorsi contro le aziende

ROMA – Se siete lavoratori precari e vi state chiedendo se fare o non fare causa all’azienda che in passato vi ha assunto con contratti irregolari, parlate ora o tacete per sempre. Avete sei giorni di tempo a partire da oggi per decidervi. Anzi di meno, perché la deadline è fissata per il 23 gennaio, domenica prossima, giorno festivo. Così prevede la norma del «collegato lavoro» dedicata ai tempi per impugnare un contratto a tempo determinato scaduto.
L’articolo in questione (numero 32), ribattezzato dai sindacati «tagliola anti-precari», stabilisce infatti che a partire dal giorno dell’entrata in vigore della legge (il 24 novembre scorso) i lavoratori che vogliono contestare un contratto a termine, un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co) o a progetto (co.co.pro), hanno sessanta giorni di tempo per passare ai fatti. Dopo la contestazione non sarà  più ammessa.
Il fatto è che la norma è retroattiva: vale non solo per i contratti ancora in essere (che dovranno essere impugnati entro due mesi dalla scadenza) o per quelli futuri, ma anche per le prestazioni del passato. Ora o mai più dunque: prima del collegato, invece, per agire in giudizio, non c’era altro termine che la prescrizione (potevano passare fino a cinque anni).
La norma riguarda tutti i contratti, pubblici e privati, è interessa quindi tutti i lavoratori che in passato hanno dovuto fare i conti con accordi senza garanzie, che fissavano sulla carta termini sbagliati o ruoli diversi da quelli effettivamente svolti. La Cgil fornisce una prima stima fra i 100 e i 150 mila precari interessati alla denuncia, ma solo alla fine di questa settimana si saprà  quanti sono i dipendenti che hanno effettivamente deciso di fare causa. Fra le categorie più presenti, si prevedono quella dei medici e degli insegnanti nel settore pubblico, i precari della comunicazioni nelle aziende private, i precari Rai e quelli delle Poste.
Secondo il sindacato ci sono due ostacoli che frenano la libera decisione: da una parte la scarsa informazione, dall’altra la paura di entrare in conflitto con aziende che in futuro possono essere ancora datrici di lavoro. Sulla scarsa conoscenza delle nuova norma l’accusa è precisa. «Il governo – dice Fulvio Fammoni segretario confederale Cgil – avrebbe dovuto sentire l’obbligo di informare i lavoratori, anche attraverso l’uso della pubblicità  istituzionale, ma non ha fatto nulla. Questa è una norma sbagliata, ingiusta e con vizi di costituzionalità . La legge doveva ridurre il contenzioso e fare trasparenza, ma non sarà  così. Rischia di essere una sanatoria per le imprese che mettono in atto comportamenti scorretti». I sindacati, tutti, stanno invitando gli interessati a consultare i loro siti o ad entrare nei loro uffici per avviare la causa, ma anche per avere consulenze in proposito e stabilire se gli accordi contestati sono o no impugnabili.
La procedura, va detto, si può avviare anche comunicando all’azienda l’intenzione di procedere con una semplice lettera (raccomandata con ricevuta di ritorno) che dovrà  essere inviata entro e non oltre il 23 gennaio (fa fede il timbro, ma bisogna considerare il giorno festivo). Dopo di che ci saranno altri 270 giorni di tempo a disposizione per portare le carte in tribunale.
Quanto alla libertà  di scelta, vanno fatti conti con la stagionalità  del lavoro. Molti precari lavorano infatti nella stessa impresa con successivi contratti a tempo determinato e l’intervallo fra l’uno e l’altro può facilmente superare i 60 giorni. Prima di impugnare il «vecchio» accordo, il precario farà  inevitabilmente i conti con la possibilità  di un rinnovo. E forse deciderà  di tacere.


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