Prove di golpe, morti a Tunisi

Ieri notte la rivolta è entrata a Tunisi. Se, fin dal mese scorso, nella capitale la piazza era stata animata dalla costante mobilitazione di avvocati e sindacalisti – a cui poi si sono aggiunti gli studenti degli istituti superiori e delle università  – da ieri al movimento si sono uniti i quartieri operai, le periferie e le zone popolari che abbracciano la medina e il souk. Una lunga notte di corse, di lacrimogeni e pallottole, di assalti a banche e alle sedi del partito di Ben Ali, per affermare propria la rabbia dopo i soprusi e le violenze di questi giorni e di una vita intera.
Gli scontri e gli incendi sono durati fino alle prime luci dell’alba, con i manifestanti intenzionati a raggiungere il centro della città  e la celere in massa a bloccarli con ogni mezzo a suo disposizione. Comprese le armi da fuoco. Ma è nel pomeriggio che le pallottole delle cosiddette «tigri nere», le teste di cuoio di Ben Ali, hanno insanguinato le manifestazioni contro il regime, facendo salire il numero dei manifestanti uccisi nell’escalation di violenza della polizia. Cinque morti a Tunisi, tra cui un docente universitario, e diversi feriti, e ancora lacrimogeni e cariche per disperdere i cortei che tentano di raggiungere il centro della capitale. Nel pomeriggio centinaia di giovani sono riusciti ad arrivare alla Porta di Francia, ai piedi della medina nei pressi dell’Avenue Bourguiba. Anche lì ad aspettarli c’era la polizia, che ha caricato e lanciato numerosi lacrimogeni. Intanto nella capitale, e non solo, le forze dell’ordine hanno preso di mira sindacalisti e militanti di organizzazioni comuniste, i primi assediati, e poi arrestati, in una delle sedi sindacali del centro, gli altri prelevati direttamente nelle loro abitazioni. È anche il caso di Hamma Hammami, direttore del giornale Alternatives (proibito dalle autorità ) e portavoce del Partito Comunista dei Lavoratori Tunisini, condotto in carcere senza neanche conoscere le ragioni dell’arresto. Un attacco preventivo per cercare di fermare lo sciopero generale (indetto per domani a Tunisi) hanno commentato alcune fonti sindacali.
Ma ad essere già  in sciopero ci sono numerose città  del centro, della costa e del sud. A Sfax lo sciopero è riuscito a portare in piazza migliaia di persone guidate dal sindacato al grido di «libertà » e la polizia anche in questo caso ha sparato sulla folla, uccidendo un ragazzo di 14 anni. La manifestazione da pacifica si è tramutata in un tumulto. E scioperi e manifestazioni ancora nella città  di Touzer, Douze (dove la polizia ha ucciso un giovane manifestante), Nabeul, Monastir e ancora nelle città  di Thala e Kesserine.
Secondo fonti sindacali contattate da Radio Kalima, a Kesserine la polizia per rappresaglia avrebbe violentato alcune ragazze davanti agli occhi dei propri genitori, scatenando l’ira di questa città  massacrata da giorni. Ma mentre in tutta la Tunisia si parla già  delle brutalità  e dei morti, degli scioperi riusciti e delle manifestazioni imponenti, l’esercito lentamente ha preso posizione nelle più importanti città  del paese. A Tunisi contingenti dell’esercito si sono posizionati intorno alla sede della televisione di stato, davanti all’ambasciata francese, sull’Avenue Bourghiba e nei pressi delle maggiori sedi istituzionali. A Sfax, a Kesserine, a Keirouen, e nel resto del paese le colonne dei camion militari hanno attraversato le città . Il Capo di Stato Maggiore ha consegnato in mattinata le dimissioni che sono state accolte dal presidente del regime. Poco dopo Ben Ali ha sostituito il ministro degli interni con Ahmed Fraa, ex docente universitario e già  sottosegratario, annunciando la scarcerazione di tutti gli arrestati durante le rivolte.
Il presidente della Tunisia è corso così ai ripari provando a correggere, davanti agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, l’immagine di un regime ormai screditato. E non è un caso se martedì notte la figlia del dittatore è partita per il Canada e la moglie ha raggiunto da ore gli Emirati Arabi, sembra infatti che le settimane di mobilitazioni di massa comincino a farsi sentire tra le istituzioni dello stato di polizia. Il sindacato davanti agli eventi, e sfidando il copri fuoco imposto dalle 8 di sera, ha confermato gli scioperi che erano stati proclamati per l’intera settimana rilanciando in un documento la necessità  dell’immediato cessate il fuoco e di arrivare in tempi brevissimi ad un governo di unità  nazionale che realizzi le riforme e ascolti seriamente le rivendicazioni popolari in tema di ridistribuzione della ricchezza e di libertà  d’espressione. Intanto però mentre tra i quartieri di Tunisi e delle altre città  in rivolta si corre e si gridano slogan ancora più forte, centinaia di soldati dell’esercito sono scesi dai camion e in silenzio aspettano un’altra notte ad alta tensione.

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5 LE PERSONE UCCISE ieri a Tunisi, tra cui un docente universitario. Nella capitale
gli scontri tra polizia e dimostranti sono andati avanti per ore, così come
nella maggior parte delle altre città  del paese
1 DALL’INDIPENDENZA conquistata 55 anni fa, il paese del Maghreb ha vissuto un solo avvicendamento
di potere (concentrato nelle mani del capo dello stato), quello tra Burghiba e l’attuale presidente


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