Tutti dietro Fiat Addio contratto

Il contratto nazionale non c’è più. Almeno per i metalmeccanici. Questa è l’unica conclusione possibile dopo aver esaminato il comunicato con cui, ieri, Federmeccanica (l’associazione delle imprese del settore) ha chiuso la sua riunione.
La mossa di Sergio Marchionne – due «nuove società » per lo stabilimento di Pomigliano e le Carrozzerie di Mirafiori, fuori da Confindustria e Federmeccanica in modo da non dover applicare nessun contratto nazionale – ne aveva del resto minato la rappresentatività . La proposta di un «contratto per l’auto» era parsa subito una «mediazione» per prospettare il rientro della Fiat nell’associazione in un prossimo futuro.
Ieri, si diceva, lo strappo definitivo con il vecchio sistema contrattuale. Il testo va letto per bene. Il Consiglio ritiene che «il processo di flessibilizzazione e decentramento delle relazioni contrattuali, avvito con l’Accordo interconfederale del 2009 (non firmato dalla Cgil, ndr) e sviluppato con il contratto nazionale di categoria» vada «accelerato». Come? Integrando quell’accordo «con la previsione della possibile alternatività  tra contratto specifico per determinate situazioni aziendali e contratti nazionali». Insomma, ogni azienda può scegliere di applicare quello che c’è oppure – come la Fiat – farsene un altro «con i sindacati che ci stanno». Un far west puro che rende patetico, oltre che contraddittorio, il successivo invito «all’apertura di un tavolo sulla rappresentanza che abbia come finalità  quella di garantire regole certe per la stipula dei contratti». Una presa in giro mai vista in 65 anni: quali «regole certe» si possono stabilire se ogni impresa è legittimata a procedere come meglio crede?
Su questo punto la risposta della Fiom oscilla tra l’ironico e l’indignato: «nessuna delle nostre strutture si è mai sognata di dire che noi non la rappresentiamo; in Federmeccanica sì; c’è un evidente problema di completa inaffidabilità  da parte delle imprese». Il ragionamento non fa una grinza: «chi rappresenta la stessa Confindustria se chi vuole può uscire o rientrare se e quando gli serve? E quali ‘regole certe’ si possono stabilire con chi vuol derogare persino a quelle appena sottoscritte con i sindacati più disponibili?». E infine «mettere in alternativa il contratto aziendale con quello nazionale lascia gli imprenditori da soli con i loro lavoratori. Li si fa morire per Fiat. E non credo che ne valga la pena».
Anche Cisl e Uil, in effetti, sono sembrate spiazzate – lì per lì – da questa decisione. Raffaele Bonanni, nel suo solito linguaggio approssimativo, ha richiamato le imprese a «non mettere il carretto davanti ai buoi», visto che «abbiamo un contratto (separato, ndr) che vale ancora due anni». Rocco Palombella (Uilm) ha protestato parlando di «posizione non condivisa». Ma la difesa del contratto nazionale, da queste parti, suono poco convincente, dopo tanta «disponibilità » verso i contratti aziendali. E soprattutto dopo il «carta bianca» affidato a Marchionne su Pomigliano e Mirafiori.
Dal testo di Federmeccanica si capisce perfettamente quale sia la «certezza» che le imprese ricercano: «regole e procedure impegnative per tutti i soggetti circa l’esercizio del diritto di sciopero». Abbattere le possibilità  di «resistenza» del lavoro ai comando aziendali, questo è l’obiettivo non più nascosto. E chi se ne frega se quel diritto è sancito dalla Costituzione. Né sembra un caso che il ministro del welfare (un caso di «neolingua» orwelliana), Maurizio Sacconi, abbia ancora una volta magnificato la «svolta» Fiat che «apre la strada a ulteriori evoluzioni delle relazioni industriali e dei rapporti tra le organizzazioni». Rapporti «complici», aveva detto, o nessun rapporto.
La Fiom, com’è noto, risponderà  con lo sciopero generale di categoria il 28 gennaio, allargato a tutte le forze sociali e appoggiato anche dai sindacati di base (Usb e Cobas). Per la Cgil, intanto, il segretario generale Susanna Camusso ha risposto quasi incredula: ««Se fosse vero quanto ho letto, Federmeccanica sbaglia per la quarta volta: dopo il contratto separato, dopo le deroghe, dopo l’idea di inventarsi un nuovo contratto». Domanda: cos’altro devono fare le imprese per convincere il più grande sindacato italiano a uscire dall’immobilismo?

Pro e contro
il nuovismo

BOMBASSEI
Sulla modifica del modello contrattuale con la previsione della possibile alternatività  tra contratto nazionale e aziendale «sta lavorando la Federmeccanica» ma se l’associazione lo propone «sarà  una roba di buonsenso». Lo afferma il vicepresidente della Confindustria Alberto Bombassei, precisando che l’associazione degli industriali è rispettosa dell’autonomia delle categorie.
CREMASCHI
«La proposta della Federmeccanica è un puro megafono delle posizioni della Fiat, è socialmente devastante ed è la fine formale del contratto nazionale», dice il presidente del comitato centrale della Fiom. «So bene che adesso ci spiegheranno che in questo o in quel paese del mondo si fa così ma la realtà  è che si vuole semplicemente distruggere il sistema contrattuale e di diritti che c’è in Italia. Chi continua a illudersi che quella della Fiat sia un’eccezione ormai ha tutti i motivi per ricredersi. È in atto il più grave attacco ai diritti dei lavoratori italiani dal 1945 ad oggi».
CAMUSSO
«Ho letto l’intervento dell’a.d. Marchionne, spero ci sia davvero un’occasione in cui ci spiegano cos’è Fabbrica Italia». È quanto ha affermato segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, a proposito della possibilità  di estendere il modello Pomigliano e Mirafiori anche negli stabilimenti di Cassino e Melfi, ventilato da Marchionne.
Federmeccanica adotta il «modello Marchionne» e lascia libera ogni azienda di scegliere tra contratto nazionale e accordo aziendale. Tutti spiazzati, la Fiom ne trae forza per lo sciopero del 28
Rocco Di Michele
Il contratto nazionale non c’è più. Almeno per i metalmeccanici. Questa è l’unica conclusione possibile dopo aver esaminato il comunicato con cui, ieri, Federmeccanica (l’associazione delle imprese del settore) ha chiuso la sua riunione.
La mossa di Sergio Marchionne – due «nuove società » per lo stabilimento di Pomigliano e le Carrozzerie di Mirafiori, fuori da Confindustria e Federmeccanica in modo da non dover applicare nessun contratto nazionale – ne aveva del resto minato la rappresentatività . La proposta di un «contratto per l’auto» era parsa subito una «mediazione» per prospettare il rientro della Fiat nell’associazione in un prossimo futuro.
Ieri, si diceva, lo strappo definitivo con il vecchio sistema contrattuale. Il testo va letto per bene. Il Consiglio ritiene che «il processo di flessibilizzazione e decentramento delle relazioni contrattuali, avvito con l’Accordo interconfederale del 2009 (non firmato dalla Cgil, ndr) e sviluppato con il contratto nazionale di categoria» vada «accelerato». Come? Integrando quell’accordo «con la previsione della possibile alternatività  tra contratto specifico per determinate situazioni aziendali e contratti nazionali». Insomma, ogni azienda può scegliere di applicare quello che c’è oppure – come la Fiat – farsene un altro «con i sindacati che ci stanno». Un far west puro che rende patetico, oltre che contraddittorio, il successivo invito «all’apertura di un tavolo sulla rappresentanza che abbia come finalità  quella di garantire regole certe per la stipula dei contratti». Una presa in giro mai vista in 65 anni: quali «regole certe» si possono stabilire se ogni impresa è legittimata a procedere come meglio crede?
Su questo punto la risposta della Fiom oscilla tra l’ironico e l’indignato: «nessuna delle nostre strutture si è mai sognata di dire che noi non la rappresentiamo; in Federmeccanica sì; c’è un evidente problema di completa inaffidabilità  da parte delle imprese». Il ragionamento non fa una grinza: «chi rappresenta la stessa Confindustria se chi vuole può uscire o rientrare se e quando gli serve? E quali ‘regole certe’ si possono stabilire con chi vuol derogare persino a quelle appena sottoscritte con i sindacati più disponibili?». E infine «mettere in alternativa il contratto aziendale con quello nazionale lascia gli imprenditori da soli con i loro lavoratori. Li si fa morire per Fiat. E non credo che ne valga la pena».
Anche Cisl e Uil, in effetti, sono sembrate spiazzate – lì per lì – da questa decisione. Raffaele Bonanni, nel suo solito linguaggio approssimativo, ha richiamato le imprese a «non mettere il carretto davanti ai buoi», visto che «abbiamo un contratto (separato, ndr) che vale ancora due anni». Rocco Palombella (Uilm) ha protestato parlando di «posizione non condivisa». Ma la difesa del contratto nazionale, da queste parti, suono poco convincente, dopo tanta «disponibilità » verso i contratti aziendali. E soprattutto dopo il «carta bianca» affidato a Marchionne su Pomigliano e Mirafiori.
Dal testo di Federmeccanica si capisce perfettamente quale sia la «certezza» che le imprese ricercano: «regole e procedure impegnative per tutti i soggetti circa l’esercizio del diritto di sciopero». Abbattere le possibilità  di «resistenza» del lavoro ai comando aziendali, questo è l’obiettivo non più nascosto. E chi se ne frega se quel diritto è sancito dalla Costituzione. Né sembra un caso che il ministro del welfare (un caso di «neolingua» orwelliana), Maurizio Sacconi, abbia ancora una volta magnificato la «svolta» Fiat che «apre la strada a ulteriori evoluzioni delle relazioni industriali e dei rapporti tra le organizzazioni». Rapporti «complici», aveva detto, o nessun rapporto.
La Fiom, com’è noto, risponderà  con lo sciopero generale di categoria il 28 gennaio, allargato a tutte le forze sociali e appoggiato anche dai sindacati di base (Usb e Cobas). Per la Cgil, intanto, il segretario generale Susanna Camusso ha risposto quasi incredula: ««Se fosse vero quanto ho letto, Federmeccanica sbaglia per la quarta volta: dopo il contratto separato, dopo le deroghe, dopo l’idea di inventarsi un nuovo contratto». Domanda: cos’altro devono fare le imprese per convincere il più grande sindacato italiano a uscire dall’immobilismo?

Pro e contro
il nuovismo

BOMBASSEI
Sulla modifica del modello contrattuale con la previsione della possibile alternatività  tra contratto nazionale e aziendale «sta lavorando la Federmeccanica» ma se l’associazione lo propone «sarà  una roba di buonsenso». Lo afferma il vicepresidente della Confindustria Alberto Bombassei, precisando che l’associazione degli industriali è rispettosa dell’autonomia delle categorie.
CREMASCHI
«La proposta della Federmeccanica è un puro megafono delle posizioni della Fiat, è socialmente devastante ed è la fine formale del contratto nazionale», dice il presidente del comitato centrale della Fiom. «So bene che adesso ci spiegheranno che in questo o in quel paese del mondo si fa così ma la realtà  è che si vuole semplicemente distruggere il sistema contrattuale e di diritti che c’è in Italia. Chi continua a illudersi che quella della Fiat sia un’eccezione ormai ha tutti i motivi per ricredersi. È in atto il più grave attacco ai diritti dei lavoratori italiani dal 1945 ad oggi».
CAMUSSO
«Ho letto l’intervento dell’a.d. Marchionne, spero ci sia davvero un’occasione in cui ci spiegano cos’è Fabbrica Italia». È quanto ha affermato segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, a proposito della possibilità  di estendere il modello Pomigliano e Mirafiori anche negli stabilimenti di Cassino e Melfi, ventilato da Marchionne.


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