Al Jazeera sempre accesa alla Casa Bianca la rivincita della televisione odiata da Bush

NEW YORK – La seguono minuto per minuto alla Casa Bianca per capire cosa succede davvero in Egitto e in tutto il mondo arabo; la cita regolarmente come una fonte attendibile il portavoce del Dipartimento di Stato. E ieri Al Jazeera ha comprato un’intera pagina di pubblicità  sul New York Times per celebrare questo trionfo: sullo sfondo c’è una grande foto della Piazza Tahrir al Cairo invasa dalla folla, in sovraimpressione gli elogi virgolettati dei più celebri anchorman e opinionisti d’America: “Grande giornalismo”, dice Rachel Maddow di Msnbc. Ma in fondo alla pagina Al Jazeera ha dovuto indirizzare i potenziali spettatori verso il suo sito online, o YouTube, o le applicazioni dell’iPhone. Perché sulla tv via cavo o satellitare è invisibile in quasi tutti gli Stati Uniti: colpita da un ostracismo di fatto che dura dai tempi dell’11 settembre, quando l’Amministrazione Bush la considerava come un’emittente pericolosa, fiancheggiatrice di Al Qaeda. 

Oggi i dirigenti Usa si arrendono all’evidenza: più ancora di Facebook e Twitter (il cui ruolo è importante ma circoscritto alle giovani generazioni istruite e urbane), è Al Jazeera a far soffiare il vento della libertà  in tante nazioni islamiche. La tv finanziata dall’emiro del Qatar è la voce d’informazione indipendente che “unifica” il mondo arabo, a lei si rivolgono le opinioni pubbliche che diffidano delle tv di Stato censurate dai dittatori. Lo sa anche Mubarak: la sua polizia si scatena da giorni contro i reporter, ma con un accanimento particolare contro Al Jazeera. Ieri hanno arrestato Ayman Mohyeldin scatenando la protesta su Twitter: è diventato il terzo argomento più citato nel mondo. Mohyeldin, rilasciato dopo 9 ore, è il 13esimo giornalista di Al Jazeera finito nelle mani di poliziotti o militari, incluso il capo della redazione del Cairo. L’ufficio è stato preso d’assalto dalle bande pro-Mubarak. I satelliti di Stato fanno di tutto per “crittare” i suoi programmi.
In modo più soft, anche l’America pratica il suo blackout. L’eccellente edizione inglese dei notiziari Al Jazeera si può vedere solo a Washington e in piccole enclave d’immigrazione egiziana come Toledo nell’Ohio. Sul resto del territorio Usa non c’è, fra le centinaia di canali offerti agli abbonati via cavo o satellitari. Nessuna censura, per carità , nel paese del Primo Emendamento. Ufficialmente gli operatori di cable-tv come Comcast e TimeWarner spiegano che «non c’è posto» per Al Jazeera nei loro “bouquet” già  sovraffollati di programmi. Strano, perché in questi giorni la tv araba col notiziario inglese è balzata a 1,6 milioni di spettatori, pur essendo visibile quasi solo su Internet: sul sito l’aumento del traffico è del 2.500%. L’appeal commerciale dunque c’è. «Speriamo che sia il momento della svolta», ha dichiarato il suo direttore Al Anstey da Doha, nel Qatar. Gli elogi dei colleghi-concorrenti americani sono una pubblicità  fantastica. Sam Donaldson su Abc si è rivolto in diretta a un reporter di Al Jazeera per dirgli: «Grazie per il lavoro che state facendo». Malgrado la ricchezza dei mezzi, né Cnn né le altre hanno potuto organizzare in poco tempo una copertura delle rivolte paragonabile a quella di Al Jazeera, impareggiabile per la dimensione e la qualità  dei suoi uffici di corrispondenza in tutta l’area. Ma nonostante i riconoscimenti di gran parte delle tv e della stampa Usa, sulla diffusione di Al Jazeera l’anatema di Bush non si è spento. A destra, Bill O’Reilly di Fox News l’ha bollata di nuovo come “antiamericana”. Per Mohamed Nanabhay, che dirige il notiziario di Al Jazeera in lingua inglese, il boom degli accessi online dagli Stati Uniti «è la prova che anche gli americani s’interessano di politica estera». Dopo la sfuriata di Obama alla Cia, che fino all’ultimo non ha visto arrivare neppure la caduta di Ben Ali in Tunisia, ai vertici della superpotenza mondiale qualcuno si pente di non aver guardato un po’ prima i notiziari giusti.


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